Notte della Taranta, 2005

 

scritto di giafur


Mi muovo attraverso l’ultimo dei miei quindici giorni di vacanza nel Salento, più precisamente è la notte il mio ambiente temporale. I miei compagni di viaggio sono rimasti indietro a guardare le bancarelle di oggettistica e abbigliamento in stile nuovoetnico. Io mi avvicino a un gruppo di gente dal cui interno arrivano suoni di percussioni e canti tribali. L’attenzione del mio sguardo è mobile e quasi istantanea. Abbraccio in pochi attimi tutta la strada colma di gente, di banchi di vendita, di suonatori, cercando di capire come un paese come Melpignano possa ospitare la Notte della Taranta 2005, l’evento che dovrebbe far riscoprire al mondo, o almeno all’Italia, le tradizioni musicali e più in generale sociali della terra salentina, de finibus terrae. Terra di fine non solo della cultura italica ma anche di quella greca, araba, probabilmente anche di quella albanese, macedone. Come un po’ tutte le terre di confine. Naturalmente si parla di cultura pubblica non etica.
Mentre concettualizzo le parole della definizione raggiungo il gruppo di persone alla sinistra della strada. I suoni si sono fatti più forti, poi hanno avuto anche un aspetto fisico: quattro percussionisti e un cantante ballerino che aizza il pubblico facendogli cantare il coro della musica. Io guardo e ascolto e mi stupisco: africani alla festa della taranta?
Mi rispondo muovendo la testa su un lato: perché no?
Una voce di donna dietro la mia destra dice: che centrano i bonghetti alla Taranta?
L’idea che mi sto facendo è che questa festa non piaccia più ai salentini doc. Non so come sono state le precedenti edizioni ma sto iniziando a sentirmi come un usurpatore culturale.
Riprendo a camminare verso la fine della strada. Svolto l’angolo immaginando di vedere il palco per il concerto, invece trovo uno slargo con posizionati ai lati banconi di bar mobili, grandi come edicole che versano vino e birra e a volte acqua o l’onnipresente cocacola. La luce è bassa, scura rispetto alla strada precedente, forse stiamo uscendo dal paese. Sulla sinistra una fitta rete verde a fare da muro, con due o tre persone che lasciano entrare solo due o tre persone. Mi avvicino incantato dal palco che si staglia dietro e che mi sembra molto più grande di quello che mi aspettavo. L’uomo all’apertura della rete mi guarda preparandosi a rispondere automaticamente alle mie ipotetiche domande che sono probabilmente le stesse di tutte le persone che si sono avvicinate alla rete.
Salto la prima domanda e faccio direttamente la seconda: dove si entra?
L’uomo, coadiuvato da un ragazzo, mi risponde indicandomi di continuare a seguire la strada.
Mi volto verso il punto indicato dalle braccia dei due e rincomincio a camminare seguendo la fiumana di gente. Alla mia destra un ragazzo balla sbiascicando una musica con le labbra semiaperte. Nella mano sinistra un bottiglietta di plastica piena fino a metà di vino, nella destra un tamburello che il ragazzo agita sopra la testa. Il fiume umano sfocia in un enorme spiazzo terroso. Faccio qualche passo poi mi fermo ad osservare. Lo spiazzo è diviso in due parti, in due stanze. Si inizia con un cerchio di negozi ambulanti di generi alimentari: panini, pizzette, piadine, crepes, patatine fritte, focacce e tutti gli alimenti di genere concertistico-manifestazione. In più ci sono i cibi caratteristici del posto.
Il pavimento della prima stanza è principalmente di terra, con rocce che spuntano a gruppi isolati. Spostando lo sguardo da una parte all’altra incontro gente seduta sulle suddette isole di rocce o sulla terra aperta, gente che cammina in diverse direzioni, persone che ballano al suono delle musiche coinvolgenti delle pizziche o delle tarante (ancora non ho capito la differenza, se differenza c’è, tra le due danze).
Il suono sposta l’attenzione su uno schermo gigante dove si stanno proiettando dei film documentari sulla Notte della Taranta.
In video un vecchio dice che la festa è bella e che il Salento e le sue tradizioni sono belle e che però un po’ gli dispiace perché le persone che vengono non sempre sono rispettose del luogo e della gente del luogo e che forse le persone che vengono sono troppe.
Il suo ultimo intervento riguarda i bicchieri e i piatti di plastica che il giorno dopo la festa sono abbandonati ovunque.
Ricordo la strada che ho percorso. Lo sguardo si sofferma sul secchio dell’immondizia da cui trasbordano gli scarti dell’agire umano, creando un monticello alla base del secchio stesso. Ricordo che passandoci vicino dissi: vedi, potrebbero far passare gli spazzini una volta l’ora. Magari passano con i bidoni, quelli che si portano come una carriola. Ta ta e il secchio è vuoto.
Tutto questo, compreso il ta ta finale correlato dal gesto di uno che svuota un secchio dentro un altro, era riferito ad Anna e Franco che mi camminavano a fianco.
I ricordi fanno un ulteriore passo indietro fino ad arrivare ai primi momenti del nostro arrivo a Melpignano. Mi rivedo scendere dalla macchina assieme ad altre tre persone. Dall’auto davanti vedo scendere gli altri cinque che completano il gruppo. Abbiamo inspiegabilmente trovato due parcheggi vicinissimi all’entrata del paese. Risento varie voci che ci avvertono che il traffico sarà pazzesco, che dovremmo parcheggiare lontano. Penso: una buona organizzazione?
Arrivati al centro abitato avviene la prima divisione: tre in bagno, due ad aspettare e altri quattro divisi tra un supermercato e un’ enoteca.
Io ero tra quelli con la missione di svuotare il corpo dai bisogni fisiologici. I bagni erano cabine di plastica blu, ovvero le latrine senza fogna, le latrine portatili da concerto-manifestazione, ma soprattutto erano ancora accettabilmente pulite.
Al rincontro con gli altri, i due del supermercato, le due per la precisione, ci raccontarono del controllo della borsetta di entrambe all’entrata e all’uscita del negozio. Per un attimo il pensiero è andato sul fattore terrorismo, poi sul fatto che l’uomo ruba, e che la gente è tanta, e che non ci si fida dei giovani nuovietnici. E lì si è fermato, e si ferma tuttora, anche perché la gente sembra tanta.
Stacco gli occhi e l’attenzione dal video e rivolgo tutto a due ragazze che ballano a pochi metri da me. Vedo i loro piedi che sbattono sulla terra alzandola, impolverando l’aria. Immagino migliaia di piedi che si muovono frenetici e una nube di polvere che si alza nel cielo oscurandolo per sempre.
Mi volto dirigendomi verso un camper-negozio. Compro la prima birra della serata. Mentre finisco di fare il primo sorso sento lo squillo del mio cellulare. Sul piccolo schermo è visualizzato il nome Lucia e lampi e squilli digitali intorno.
Dico: eccoci.
Dice: noi siamo a destra del palco.
Una voce dietro quella di Lucia, la voce di Marco, specifica: di fianco la croce rossa.
Dico: arrivo.
Riattacco e mi incammino verso il punto indicatomi, verso una delle tante mete della serata. Mi dirigo verso il palco che sembra essere cresciuto ulteriormente. Esco dalla prima stanza dello spiazzo, dal circolo delimitato dai banchi mangerecci. Arriva l’erba sotto i piedi. La gente si fa più pressata. Mi volto indietro mentre entro definitivamente nella stanza del concerto. Con lo sguardo in movimento scopro alla mia destra alcune tende piantate a terra. Dietro di loro transenne e ambulanze. Ho trovato la croce rossa. Faccio qualche passo ancora in avanti e mi fermo guardandomi intorno. Vedo le immancabili persone che ballano, la differenza con quelle precedenti è la fonte della musica: altre persone, vecchi e giovani, che suonano tamburi a cornice e fisarmoniche. Chi balla suona le nacchere o batte le mani. Vedo tutti che si muovono e anche le mie gambe iniziano a fare dei piccoli movimenti a tempo. Bevo. Anche la birra sembra scendere per la gola scandendo il tempo.
Chiudo gli occhi abbassando la testa. Sto così per alcuni secondi poi la rialzo e rincomincio a guardarmi intorno. Vedo alcuni dei miei amici seduti su delle pietre al lato del spiazzo, proprio davanti le ambulanze. Mentre mi avvicino scopro che ci sono tutti e che quelli non seduti stanno ballando. Anna mi viene incontro ballando la pizzica imparata da meno di quindici giorni regalandomi un sorriso, Marco dietro di lei mi porge un adesivo che mi appiccica sul petto. L’adesivo dice: Salentu, lu sule.
Alcuni del gruppo hanno comprato delle magliette, stile adesivo precedente, che ora indossano, mentre Franco ha addirittura comprato un tamburo a cornice, e sta cercando di suonarlo. Quello che crea è solo rumore, e per di più fuori tempo, ma sembra che a nessuno importi. Si continua a ballare, anzi inizio anch’io dopo aver finito il bicchiere di birra e aver attaccato una delle bottigliette di vino comprate dal gruppo. Mentre mi muovo in cerchio c’è Cesare che ci riprende con la sua telecamera. Lo vedo spostarsi da un viso all’altro, da un corpo all’altro. Questa notte sembra gioioso anche lui nonostante le sue parole: la pizzica mi incattivisce.
Sposto lo sguardo verso il palco. Tre livelli si mostrano agli occhi: le teste degli spettatori in attesa, il palco, grande e buio, e un palazzo che sembra un monastero illuminato di giallo. Sopra a tutto: il cielo. D’improvviso due occhi di bue si accendono illuminando due uomini che quasi immediatamente iniziano a suonare dei tamburi a cornice. Il concerto inizia.
Forse ce ne sono tre di uomini. Io sposto l’attenzione fra il palco e lo schermo gigante sulla destra. Dopo un po’ mi volto e vedo alcuni miei amici che come me si sono fermati a guardare. Mi avvicino a Claudio. Dico: ma quello vecchio è Uccio Aloisi?
Uccio Aloisi dovrebbe essere uno dei maestri viventi della pizzica o della taranta, o di tutte e due.
La mia cultura salentina è data da un libretto turistico, letto nei minuti passati in bagno, dove sono elencate le varie sagre, feste, eventi dei mesi estivi nel Salento. Ci sono anche alcuni articoli riguardanti la cultura del tacco dello stivale. Uccio Aloisi dovrebbe essere un salentino doc, e partecipa ugualmente a questa manifestazione che, da profano, ho l’impressione che sia una festa della taranta mediatica. Ancora sto aspettando il piccolo-medio palco nella piazza di un qualsiasi paese tra le luminarie della festa di un qualsiasi santo patrono.
Claudio dice: dovrebbe essere lui.
Ai tre si unisce in seguito un orchestra quando il palco si illumina mostrando il ventre della balena. Tutto diventa musica. L’impatto sonoro è quasi estatico. I ritmi della taranta amplificati dalla tecnologia sponsorizzata mordono le caviglie. Abbasso lo sguardo sul primo livello. Le teste si muovono fra braccia alzate che piroettano. Attorno a me si è rincominciato a ballare. Mi piace.
La canzone finisce dandomi un senso di vuoto e di pace. Sento gli occhi stretti a fessura. Li apro mentre inizia la musica. Le luci della prima stanza attirano l’attenzione, automaticamente vado verso di loro facendo passi che vanno a ritmo. Incontro di nuovo gente che balla, che beve, che siede in terra. Noto che c’è un notevole utilizzo di hascisc. Praticamente una persona su tre sta fumando una canna, o la sta preparando. Se si escludono i vecchi e, forse, i bambini, sta fumando gente di tutte le generazioni. Non so se questa sia una tradizione salentina. Incontro di nuovo le tende. All’interno di una, ma più all’esterno in realtà, due gambe si allungano prive di reazioni.
Proseguo uscendo dall’erba ed entrando nella terra.
Adesso devo scegliere quale camper-negozio mi ispira più fiducia.
Alle mie spalle arrivano Cesare e Anna. Hanno avuto la mia stessa idea. Delego a loro la scelta del chiosco. Mentre camminiamo vedo delle persone che si sono portate delle seggiole. La maggior parte sono di quei sedili in metallo e stoffa che di solito si portano sulla spiaggia e che si aprono a libretto. Attraversiamo tutta la prima stanza mentre Cesare ci dice che ci vuol far vedere delle tovaglie, o dei lenzuoli, non ho capito bene, che vorrebbe comprarsi. Il discorso termina e viene automaticamente dimenticato quando ci servono i due panini e la porzione di patatine fritte. Io prendo anche una birra. Mentre ci allontaniamo dal paninaio la musica dal palco rincomincia. Cesare mi fa notare che il cantante sta cantando dei passi della Divina Commedia. Scopriamo insieme che il cantante è De Gregori coadiuvato da una forte voce femminile. Anche De Gregori mi piace, non lo avrei mai immaginato. Finiamo di mangiare seduti su delle sedie di plastica dialogando sul fatto se sia giusto o no farsi le canne davanti ai propri figli, e più in generale davanti a bambini.
L’osservazione più intelligente viene fatta da Anna: possono toglierti la tutela dei figli.
Quando De Gregori finisce di cantare torniamo dagli altri.
Il concerto prosegue così tra balli e ascolti e sorsi, poi Luigi e Federica vanno in macchina.
Penso: l’eccitamento sessuale della taranta. Quando tornano Luigi porta con se una stuola di bacchette di legno. Ci sediamo in cinque e facciamo amicizia con un signore e il suo cane.
Allungo le gambe e ripenso alle gambe della tenda. La circolazione torna a scorrere nei muscoli delle cosce e dei polpacci, e nei piedi. Dopo un po’ mi rialzo e faccio una nuova passeggiata tra la gente. Sul palco è salito Piero Pelù che saluta tutto e tutti con la sua voce alla Sergio Sgrilli.
Continuo ad osservare la performance di Pelù trovandola senza infamia e senza lode, nonostante il rocker ci metta tutto il suo corpo. All’ultimo “buonanootteSaleento” tre ragazze dietro di me si lanciano in urla tipo: a soreta pelù, hai voluto l’italia finisce a bari? mo vaffanculo.
Il resto della gente all’interno della mia visuale applaude.
Sto quasi per girarmi e dire che non credo che il significato di litfiba sia quello, ma poi invece di parlare mi dirigo verso la prima stanza. Mentre cammino mi accorgo di avere la vescica gonfia. Vedo una freccia che indica i servizi igienici, passo oltre cercando di non pensare all’interno della latrina in plastica blu. Supero il perimetro dei camper-negozi e atterro sull’asfalto di una strada. Davanti un muretto in pietra con gente appoggiata o seduta. Mi volto a sinistra e proseguo la marcia. Oltre il muro c’è un campo, che al buio sembrerebbe un campo coltivato, e mi torna in mente il vecchio del documentario che si lamentava della troppa gente che disturba il suo lavoro lasciando scarti a non finire. Penso: in quindici giorni solo noi avremo usato un miliardo di piatti di plastica. Mi immagino un’isola bianca che si avvicina ai miei occhi delineandosi come un mucchio di scarti di plastica sporca ancora di avanzi di cibo. L’attenzione torna alla realtà visualizzandosi in un cartello posto all’interno del campo che dice: terreno contaminato.
Finisce il muretto e mi ritrovo in un viale con pini a destra e a sinistra. Giro a destra e continuo a camminare. Per la cronaca sto cercando un posto dove urinare. Lo trovo dopo aver quasi acciaccato due ragazzi sdraiati a terra. Occupano quasi metà carreggiata. Vedo che sono due ragazzi quando una macchina li illumina con i suoi fari. La macchina fortunatamente percorre la carreggiata opposta. Nel mio temporaneo urinatorio si entra da una fessura tra gli alberi sulla sinistra. Mi fermo, abbasso la chiusura lampo e una voce davanti mi dice: aspetta, aspetta.
Un ragazzo che è quasi il doppio di me mi fa segno della sua presenza.
Dico: bravo che mi hai avvertito.
Lui mi passa di fianco e esce.
Mentre mi svuoto sto attento a non pisciarmi sui sandali. Finisco, sgrullo e richiudo tutto dentro i pantaloni. Ritorno alla strada con il muretto e alla prima possibilità rientro nella stanza di terra, quella con i camper-negozi, quella con la birra. Ne prendo una e torno dagli altri. Quando li raggiungo stanno decidendo chi vuole andarsene e chi vuole rimanere e c’è un problema: sei vogliono andare via e tre vogliono rimanere e abbiamo solo due macchine, e probabilmente la strada sarà piena di guardie. Io mi volto per non far parte del apparato decisionale. Da quello che riesco a sentire un’altra persona si aggiunge ai tre che vogliono rimanere. Problema risolto.
Rimaniamo io, Luigi, Cesare e Franco.
Luigi dice: facciamoci una birra.
Cesare dice: facciamoci una canna.
Io dico: va bene.
Anche se non ho la minima voglia di andare a cercare del fumo.
Mi propongo per andare a prendere le birre. Franco mi segue lasciando i restanti due al nuovo compito: procurarsi una canna. Quando torniamo noto contento che hanno compiuto la missione, quindi avviene lo scambio e beviamo e fumiamo amalgamandoci perfettamente agli altri. La differenza è che noi non balliamo.
Poi dico: vado verso il palco.
Gli altri mi seguono. Dopo un po’ che cammino infilandomi tra i corpi agitati della gente mi fermo accorgendomi di essere rimasto solo. Poi torno a guardare il palco e improvvisamente mi si aprono le orecchie. Rimango immobile. Il concerto qui è tutta un’altra cosa. Si sentono tutti gli strumenti. Finora non avevo neanche capito che ci fosse una batteria e un set di percussioni e percussionisti non indifferente. Scopro che il concerto ha veramente un ottimo suono.
Penso: gli sponsor servono.
Vengo ripagato all’istante del mio pensiero. Un assolo delle percussioni, poi rimangono i tamburi e cornice e poi arriva lui: un bambino che sembra avere meno di dieci anni, ma non sono bravo nel dispensare età.
Un mostro.
Suona un tamburello che è grande come il suo busto e lo suona come se stessero suonando in tre. Muovo lo sguardo dal palco allo schermo gigante che riprende i movimenti del bambino. La mano quasi non si vede. Ringrazio tutti i santi patroni del Salento per avermi fatto essere in questo posto in questo momento.
Poi l’orchestra torna a seguire il bambino aiutandolo nel continuo della musica. Mi volto per tornare al luogo che penso ormai sia il nostro posto di ritrovo. Arrivato non trovo nessuno. Mi giro a guardare il palco e la gente che continua a ballare. Mi accendo una sigaretta pensando alla tenacia delle migliaia di ballerini che popolano la festa della taranta. Penso anche che voglio un’altra birra e così mi muovo nuovamente verso la prima stanza e con stupore noto che la gente sta aumentando invece che diminuire per l’ora tarda. Mi piace.
Quando torno di nuovo al punto di ritrovo vedo Cesare e Franco che parlano guardando nella telecamera. Cesare sta narrando la sua esperienza da cameraman.
Dice urlando contro la musica: io facevo ciao e tutti facevano ciao. Alcuni hanno fatto anche “italia uno”.
Franco lo guarda sorridendo poi mi vede, anzi più che me credo che abbia visto il bicchiere di birra perché me lo prendo e beve un lungo sorso, poi me lo restituisce dicendo: grazie.
Si accende una sigaretta, lo faccio anch’io.
Cesare mi chiede di Luigi. Io alzo le spalle.
Lui si allontana un po’ otturandosi l’orecchio sinistro, nel destro appoggia il cellulare. Mi volto verso il palco e bevo. Cesare ritorna dicendoci che Luigi è in mezzo la gente sotto il palco. Dice che sta ballando con delle “pischelle”.
Franco dice: se si sta divertendo perché preoccuparsi?
Cesare dice: infatti non mi sto preoccupando.
Dico: adesso torno.
Cesare non fa in tempo a chiedermi dove sto andando che sono già scomparso tra la folla.
Scopro di non amare molto lo spirito cameratisco-amichevole.
Cerco Luigi tra la folla sperando in una “pischella” anche per me. Giro in tondo per poi ritrovarmi al punto di partenza solo. Torno a guardare il palco, dico a me stesso: ma quanto cazzo dura sto concerto?
Poi salgono sul palco i Sud Sound System, o almeno credo che siano loro, che suonano una o due canzoni alimentando ancora di più i focolai di danza. Immagino che il gruppo sia la chiusura della serata e invece mi sbaglio di nuovo perché sul palco riappare Pelù. Penso alle tre ragazze e al fatto che gliene stiano dicendo di peste e corna. A fine canzone salgono sul palco tutti i cantanti della serata per il finale alla We Are The World. Poi ritrovo i miei tre amici e il concerto finisce. Almeno quello sul palco, perché in strada il pubblico continua a cantare e a suonare e a ballare.
Agli altri dico: ma è interminabile.
Luigi dice: ma un bel caffè?
Poi lo seguiamo fino al chiosco che vende il caffè, e ve lo assicuro, il caffè con ghiaccio e latte di mandorla è veramente una goduria.

Dalla finestra della cucina entra l’aria appiccicaticcia di Roma. Il Salento e la sua gente sono lontani ma il veleno della tarantola ancora mi scorre dentro. La malinconia è parte predominante dei miei pensieri, tutti riferiti al passato. Non so se è veramente salentade, parodia della saudade brasiliana, o solamente lo stress da dopo vacanza, so solo che qui sarà difficile trovare sagre di paese dove si suona e si balla la pizzica, e sarà difficile trovare gente così attaccata alla propria terra e alle proprie radici, e soprattutto sarà difficile trovare il caffè con latte di mandorla e lo spumone.

Per scrupolo e per piacere ho cercato su internet le informazioni sulla Notte della Taranta. Tra i vari siti spulciati ho trovato la scaletta e gli ospiti del concerto di quest’anno. Scorro con gli occhi la lista dei nomi che hanno partecipato e non vedo nessun Uccio Aloisi, ma compare Giovanni Avantaggiato, che dovrebbe anche lui essere un cantore importante del Salento e che però sembra abbia suonato a un terzo della manifestazione, il dubbio rimane. Andando avanti leggo il nome di Davide Van Der Sfroos e lo ricordo. Ricordo che all’inizio non vedendolo pensavo fosse Pelù, ma il quasi onnisciente musicale Claudio mi ha corretto facendomi scoprire l’identità di un ottimo cantante. Dalla scaletta sembra che abbiano suonato in tutto una trentina di canzoni, io sinceramente non ricordo così tanti stacchi, ma poi mi torna in mente l’aria pregna di musica e di danze e penso: in realtà è stata un’unica lunga canzone di festa.

 


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