Cinque

 

Datazione: 2003 - 2004


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I got a dick for a brain
And my brain is gonna sell my ass to you
(G. Dulli)

I
La mia figura nello specchio, nuda. I miei occhi bloccati sul pene, o meglio su quello che ne rimane. Una massa di carne secca e avvizzita che ciondola tra le gambe. Le mani stentano a toccarla come se fosse purulenta, infetta. Io mi guardo la faccia, poi di nuovo il cazzo. Mi ritrovo a sperare, a pregare che sia tutto un sogno. Un’allucinazione dovuta a droghe, medicinali, intossicazione alimentare. Qualunque cosa ma non il fatto che tutto ciò sia reale.
La mia virilità andata. Persa.
Finalmente riesco ad accarezzare quel feto andato a male che una volta era un gran bel cazzo. Il mio cazzo.
Non sono mai stato un vanesio credetemi, ma questa situazione: mi sveglio una mattina con un cazzo flaccido in uno stato di simil putrefazione. Non scherzo. Questo vedo attraverso lo specchio, attraverso una superficie riflettente la realtà oggettiva. Non sono giochi di luce e ombre, è realmente il mio cazzo, il mio cazzo.
La domanda primaria è: posso scopare? E così la seconda e la terza e la quarta…
Poi vengono nell’ordine: che merda di malattia è? morirò? guarirò?
Poi c’è la paura del contagio. Malattie virali trasmissibili. Cerco di ricordare con chi ho scopato ultimamente. Mi viene in mente Chiara.
I suoi particolari sono: gracile, leggermente truce. Voce pesante e pose studiate da ammaliatrice. Mi porta a casa sua. Ubriachi, facciano sesso per tutto il resto della notte, anche perché io non riesco a venire, e io non smetto finché non vengo. Deontologia.
Lei diceva: lo faccio per passione.
Io pensavo: io per compassione.
Non mi piaceva, ero ubriaco e non volevo venire, ma dovevo.
Una delle più brutte scopate della mia vita.
Mi incazzo terribilmente. Fra tutte proprio questa mi vado a ricordare adesso.
Mi sta venendo da piangere. Ritorno sulla massa putrida.
Mi volto. Accappatoio.

Sono al telefono. La voce del centralino dall’altra parte: XXX buongiorno.
Un misto tra saluto e domanda, che implicita “che cazzo volete alle otto e mezza del mattino, proprio quando sto andando a prendermi il caffè?”
Io dico il mio nome e che non andrò al lavoro questa mattina.
Il centralino dice: avvertirò il suo ufficio.
Riaggancia. Riaggancio.

Sono in bagno. Faccio cadere quindici gocce di ansiolitico nel cucchiaio con acqua. Lo infilo in bocca. Succhio il cucchiaio assorbendo il liquido. Mando giù.
Chiudo la boccetta trasparente nella sua scatola e la metto nel mobiletto.

Sono di nuovo al telefono. Faccio il numero di Anna. Risponde un rumore assordante di traffico.
Lei dice: senti ti richiamo appena arrivo in banca, ora non posso.
Riaggancia. Riaggancio.
Anna, un’altra aspirante untrice. Capelli lunghi e neri, personalità che domina con dolcezza. Altezza media, con seni piccoli e un gran bel culo. A questo punto mi viene in mente che potrei essere io ad aver contagiato altri. Con Anna automaticamente la visuale cambia.
Alla fine sono sempre io a sentirmi in colpa, e spesso a ragione. Vedete?
Vaffanculo, non mi viene in mente nessun rapporto sessuale con lei. Anche se di solito basta il solo pensiero perché il sangue fluisca copioso in basso, verso e dentro il muscolo nevralgico dell’agire umano: il cazzo.
Il mio cazzo, che sta iniziando ad alzarsi.

[...]

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