Cinque

 

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[...]

Sento un formicolare e una leggera pressione sulla stoffa morbida. Abbassando lo sguardo, vedo un piccolo rigonfiamento. Mi sforzo di fermare l’erezione, ma un dolore mi colpisce i nervi del bacino. Parte da sotto i testicoli. Più mi diventa duro più il dolore sale.
Mi getto in bagno. Apro l’armadietto dei medicinali. Le mani si muovono frenetiche all’interno, prendendo le scatole, i flaconi, mischiandoli fra loro. Poi la trovano. Dalla scatola tiro fuori una confezione di pasticche. Due pressioni della mano destra. Mano sinistra che si fionda veloce contro la bocca, come a zittirla. Mando giù. Il dolore non se ne và subito, ma l’effetto placebo inizia prima che il farmaco faccia il suo. Mi calmo mentre vado a rispondere al telefono.
Lei dice: buongiorno, scusa per prima ma ero in motorino. Tu che ci fai ancora a casa?
Non vado a lavorare oggi. Poi aggiungo, combattendo contro le fitte che ad intermittenza partono dalla base delle mie palle: ti devo parlare, al più presto.
Sento la preoccupazione salire nel suo respiro.
Non è niente di preoccupante, cerco di tranquillizzarla.
Dice: vediamoci per pranzo. Vieni da me, ce ne andiamo al ristorante.
Perfetto proprio quello che volevo. Calarmi i pantaloni davanti a una decina di persone e mostrare ciò che resta del mio essere uomo.
Dico: senti non potresti venire a casa mia per pranzo?
Risponde di no, farebbe tardi a tornare a lavoro. Insiste sul vederci alla banca. Accetto.
Sicuro che va tutto bene? Mi domanda quando la sto per salutare.
Dico: sì, sì tutto a posto.
La saluto, mi saluta forzatamente. Riaggancio.

Sono in cucina. La moka è sul fuoco mentre io mi slaccio l’accappatoio.
Eccolo lì. Un aborto floscio che penzola a sinistra. Una proboscide vecchia e sfracchiata.
E io penso: mi si è invecchiato il pisello.
Ecco il famoso eureka. È un istante, un millesimo di secondo. Ho capito tutto. Consapevolezza.
Mi si è improvvisamente invecchiato il cazzo. Il mio cazzo.
Il borbottare della moka mi fa tornare alla realtà. Spengo il gas. Verso il caffè. Lo bevo. Poi tra il fumo di una sigaretta penso: ma che merda di spiegazione razionale è?
Devo vedere un medico.

Sono al telefono. Mia madre mi sta dettando il numero del nostro dottore di famiglia. Chiede preoccupata cosa mi sia successo. Io le rispondo che mi serve il certificato medico per il lavoro.
Lei dice: ma stai bene?
Sì, sì non ti preoccupare. Non c’è da preoccuparsi, in fin dei conti mi sta andando solo in putrefazione il cazzo. Mica è un organo vitale. Mica mi serve per mangiare, o per respirare, mi serve solo per scopare, per scopare e pisciare. Un momento. Pisciare. Chi non piscia muore. Si deve pisciare, anche se fa male. Saluto mia madre. Riaggancio.
Ricordati se questa mattina hai pisciato. Non dovrebbe essere difficile.
Eppure, non lo so. O meglio, non ne sono sicuro.
Penso: suona la sveglia, ti alzi e vai in bagno e pisci. Di solito fai così. Ricorda. Hai alzato la tavoletta. Rimasta giù dalla sera prima. Ricorda.
Sì ho pisciato, e ricordo anche una leggera fitta all’estremità superiore. Non ci ho fatto caso e ho proseguito nei tempi ormai consolidati di ogni mio risveglio, quando devo lavorare.
Fin quando l’ho visto, in camera, mentre mi mettevo le mutande. Con il viso a trenta centimetri da quell’essere ripugnante, dalla mia virilità ormai decomposta.
Comunque ho pisciato. Solo una piccola fitta, ed è capitato anche altre volte.
Devo vedere un medico. O meglio devo farmi vedere da un medico.
Però pensandoci non credo sia una buona idea farmi visitare dal medico di famiglia, e lo stesso vale per un estraneo. Ma comunque devo farmi visitare. Devo sapere che cazzo mi è successo.
Devo sapere perché.
Inizio a tremare. Alzo le mani e le guardo. Vedo piccoli e veloci fremiti scorrere sotto la pelle. Andando più su, verso il gomito, incontro spasmodici movimenti che gonfiano e sgonfiano i nervi. Sento il tremore salire sul braccio, fino alla spalla. Un tic all’occhio destro. Mi alzo e vado in bagno. Non credo che altre gocce possano farmi bene. Ne faccio cadere undici, sempre numero dispari, succhio il cucchiaio.

Riapro gli occhi e vedo la tazza del bagno alla mia altezza. Sono seduto con le gambe aperte l’accappatoio che si stende sul tappetino. Mi sento la bocca impastata. Cerco di alzarmi. Mi tiro su appoggiando le mani a terra. L’interno e i bordi della tazza sono sporchi di nero e giallo. Caffè e succhi gastrici. Sono svenuto. Ho vomitato e sono svenuto. Si direbbe un buon inizio di giornata. Mi sento ancora intorpidito. Ricordo l’aborto. Lo guardo con gli occhi lucidi per gli sforzi dei conati.
Non sto piangendo, giuro.
Tiro lo sciacquone dopo aver pulito con carta igienica il bianco della tazza, azione che provoca altri spasmi gastrointestinali.
Sono davanti lo specchio del lavandino. I denti e la faccia lavati. Gli occhi sembrano di plastica. Bianchi e marroni con una piccolissima luce, leggermente decentrata.
Squilla il telefono.
La voce di mia madre esplode nel momento in cui dico pronto.
Mamma dice: guarda, ho chiamato Pietro.
Pietro è il nostro medico di famiglia.
Ha detto che basta che vai, che il certificato è pronto.
Poi un ehm sommesso per far capire che ha finito la prima parte.
Inizia la seconda: che stai facendo?
Niente, adesso mi faccio un bagno.
Metto a mollo la mia putrescente virilità.
Mamma dice: senti, se esci, me le porti le sigarette?
Le dico di sì. Saluto. Riaggancio.
Sono di nuovo in bagno. Apro il rubinetto della vasca e chiudo il tappo. Un po’ di bagnoschiuma ed esco. Cammino per casa come sollevato da terra. Mi sembra di levitare, di non avere peso.
Non sono del tutto lucido. Gli ansiolitici e soprattutto l’aborto mi stanno offuscando il cervello. Mi sento come un vegetale trasportato dal vento. Mi muovo per forza di inerzia. Le mie gambe, come le mie mani, sembrano avere vita propria. Agiscono nello spazio senza che io le manovri. Scelgono loro cosa fare. Tutto il mio corpo ha acquisito una propria consapevolezza. E io sono fermo, imprigionato all’interno che osservo quello che succede. Immobile di giudizi.
Mi vedo andare in camera. Mi vedo prendere una sigaretta. Mi vedo accenderla davanti agli occhi. Mi ascolto inspirare, e sento il fumo dentro che si mischia ai sapori della bocca.
Mi vedo riflesso nello specchio.
Specchio specchio delle mie brame qual’è il cazzo più bello del reame?
Continuo a ripetere la parola cazzo a mente. Poi inizio a bisbigliarla, sempre più forte, fino ad esplodere in un urlo che mi fa come stridere l’interno della gola.
Oddio, sto per vomitare di nuovo. Corro in bagno, metto la testa nella tazza, tenendomi la fronte con una mano.
Uno, due, tre conati. Non esce niente. Alzo la faccia. Poggio la sigaretta nel posacenere vicino la vasca. Entro in acqua.

Quando la sigaretta è consumata per metà, inizio a morire.

Riapro gli occhi e mi ritrovo in una merda di sogno, con i colori che si mischiano muovendosi velocemente. Mi giro e vedo una sagoma che mi osserva. Si avvicina e inizia a ridere. Capisco che sta ridendo di me e mi infurio. Le salto addosso buttandola a terra. All’improvviso la luce.
Mi alzo in piedi. La sagoma è un pene a grandezza umana. Usa le palle come piccole gambe e ha due braccine che gli escono dal corpo. Sembra la scopa dell’Apprendista Stregone. La risata si ripresenta, ma questa volta non viene dal cazzo gigante, che nel frattempo si è rialzato e sta scappando via con due secchi d’acqua nelle mani. La risata proviene da uno specchio.
Mi avvicino e vedo la mia immagine riflessa. Mi fisso fra le gambe. Niente. Non c’è niente.
Sono liscio e vuoto come un manichino. Mi volto e riconosco la mia virilità che svuota secchi d’acqua in un pozzo.
Mi sveglio in acqua tiepida. I polpastrelli ammorbiditi. Esco dall’acqua. Non ho dormito molto. Sono le 9 e 40. Mezz’ora di sonno, o giù di li. Mezz’ora a mollo in acqua calda.
Ho la testa pesante e gli occhi che stentano a rimanere aperti. Inserisco la segreteria telefonica e mi metto a letto. Dormo sognando un mondo di manichini che si scambiano risate.
Dormo sognando paresi facciali.

II
Sono in cucina che preparo dei toast al forno. Mi sono svegliato con una gran fame.
Il bisogno alimentare ha sopraffatto il mio io dormiente. Mi ha imposto di svegliarmi contorcendo lo stomaco, che brontola fastidiosamente.
Fuori è notte. Sono quasi le otto. In segreteria quattro messaggi.
Mia madre: ciao, volevo solo sapere come stavi. Ciao.
Pronunciava la parola ciao allungandola più che poteva. E pensava: ma le sigarette?
Il secondo messaggio, Paola: richiamami.
La descrizione di Paola è: bionda e segretaria del mio capoufficio. Coordinatrice di lavoro con lunghe gambe che non manca di mostrare. Parla con quel miscuglio di italiano e inglese aziendale che la fa apparire pienamente integrata nei lavori che svolge. La parte migliore è la risata. Sembra che ti stia sempre prendendo per il culo. E a proposito di culo: notevole.
Il terzo messaggio è di Anna. Mi domanda del perché non sono andato da lei per pranzo. Capisco che è arrabbiata, ma lei non lo dice. Ti chiamo dopo, è l’ultima frase prima di mettere giù.
Il dopo è il quarto messaggio. Richiamami, mi chiede.
Sono al telefono.
La voce di Paola ovattata dice: ci siamo degnati finalmente.
Poi un rumore che sembra una tirata di sigaretta. Mi domanda che fine ho fatto.
È in macchina e ha il vivavoce. Mi viene voglia di fumare. Mentre mi muovo per casa in cerca delle sigarette le rispondo che ho dormito tutto il giorno.
Lei ride e mi prende per il culo. Dormire è essere statici per la signora manager.
Paola dice: guarda che sto venendo da te. Ho staccato adesso e ti sto portando delle carte dall’ufficio.
Io la immagino sul tavolo con le gambe aperte e la camicetta sbottonata.
Le dico di sbrigarsi. Riaggancio.
Il bisogno alimentare e quello sessuale si mischiano. Il timer del forno arriva a fine corsa e suona.
Un momento. Adesso, adesso è impossibile. Non posso scoparmi Paola adesso. Ricordo l’aborto. Ricordo Paola nuda sulla sedia. Ricordo il dolore della mia erezione.
Sono al telefono e questa stronza di merda non risponde. La immagino ridere e prendermi per il culo. Dalla finestra vedo i fari della sua macchina. È qui, cazzo è qui.
Sono in camera. Mi metto i primi vestiti che trovo. Suona il citofono. Non mi sono nemmeno lavato i denti.

Paola entra in casa che io sono ancora in bagno. Guardo quello che una volta era la mia virilità, il mio cazzo. Lo tocco. Il ribrezzo si è trasformato in compassione. Chiudo i pantaloni, mi sciacquo la faccia ed esco.
Paola è in cucina. Ha portato del cibo cinese, una prerogativa delle signore manager cosmopolite.
Tira fuori dalla busta una decina di contenitori di carta stagnola. Il velo di plastica che si attacca al cibo. Il sapore di dado dappertutto. E quei pezzi di legno che fanno tanto manager cosmopolita attenta alle tradizioni locali.
Io mangio con la forchetta. Lei ride e mi prende per il culo.
Penso che devo mandarla via, poi seguo le sue forme fino al salotto.
Vedo sul tavolo un plico sotto le sue chiavi della macchina.
Lei dice indicandolo: ti ho portato la documentazione relativa ai nuovi clienti.
Mi ricordo che sono un venditore. Un venditore di macchine per montare circuiti stampati. Quelle tavolette verdi con tanti corpuscoli inorganici sopra, che sembrano città minuscole viste dall’alto. Futuristiche e ideali. Molto populiste. Io vendo costruttori di mondi. Io vendo dei.
Questo era più o meno il concetto che dovevo inculcare nella mente dei clienti, senza riferimenti religiosi espliciti. Non dovevo vendere io, ma dovevano comprare loro.
I nuovi clienti sono tre aziende di elettronica. Due del centro Italia una nel sud della Cina.
La Cina comunista che ha aperto le frontiere al mercato globale, inventandosi un modo nuovo e pulito di dittatura. Dando in cambio territorio fertile per l’espansione economica delle multinazionali e dei governi del mondo, ottiene la non attenzione sulle sue questioni di politica interna. E intanto il Dalay Lama è diventato una rockstar. E io sono seduto al tavolo che mangio del tofu, che poi sarebbe formaggio di soia, che poi sarebbe una poltiglia bianca quasi insapore, imbevuta in un sugo rosso e piccante.
Paola dice: in settimana ci diranno quando dovrai incontrarli.
Si avvicina mangiando degli spaghetti. Succhiandoli attraverso le bacchette. Poggia il contenitore sul tavolo. Beve sciacquandosi la bocca e si piega in ginocchio.
Inizia a ridere, inizia a prendermi per il culo, inizia a sbottonarmi i pantaloni.
Ricordo l’aborto.
Faccio appena in tempo a posare la poltiglia bianca, facendola quasi cadere, e mi alzo di scatto. Il mio ginocchio colpisce il mento di Paola che piega la testa indietro e cade.

Sono seduto sul divano. Il corpo di Paola è sul pavimento, la testa immersa in una pozza di sangue e capelli che si espande come un’aureola rossa. La santità di Paola. La bocca è aperta in una specie di goffo sorriso. Ride e mi prende per il culo.
Sono accanto al corpo. Le mie mani a sorreggermi la testa. Sembro una parodia dell’urlo di Munch.
L’ho uccisa. Involontariamente ma l’ho uccisa. Mi avvicino al suo volto. Vorrei baciarla, ma una repulsione mi spinge ad allontanarmi. Un’ombra mi passa di fianco. Mi volto e vedo seduto sul divano il pene gigante del mio sogno. I secchi d’acqua posati sul pavimento.
Dice: basta dormire.
Poi si alza prende un secchio e lo svuota sotto la testa di Paola. L’acqua le attraversa i capelli pulendola dal sangue.
Osservo l’azione immergendomi quasi nel liquido. Poi rialzo gli occhi e il pisello gigante non c’è più.
Ritorno su Paola e noto dei lividi sul collo. Mi avvicino. Delle strisce viola le circondano il bianco e magro reggitesta. Ricordo. Provo a posizionare le mie mani sopra quelle impronte. Combaciano. Ricordo.

Non c’è sangue sul pavimento quando riapro gli occhi. La caduta di Paola non era stata fatale. Le aveva provocato solo un piccolo bernoccolo e un’acciaccatura di lingua, che biascicando mi dava dell’idiota.
Io dico: non voglio fare sesso oggi.
Lei dice: cos’è, il tuo giorno di digiuno.
Ride e mi prende per il culo.
Sono dritto in piedi sopra di lei. Mi guarda. Io le guardo la bocca e penso che del sesso orale darebbe una calmata ai miei nervi. Poi ricordo l’aborto.
Paola dice: allora? Hai preso una decisione?
La sua domanda accompagna le mani sui miei pantaloni.
Ride e mi prende per il culo.
Mi piego. Avvicino la sua bocca alla mia. Il dolore dell’erezione. Le mie mani attorno al suo collo. Più il dolore aumenta più stringo la presa, sempre più forte, fino a quando le sue unghie non la smettono di graffiarmi la faccia e le braccia.
Lei agonizza e mi prende per il culo.

Sono al telefono. Dall’altra parte la segreteria telefonica mi dice che Anna non è in casa.
Provo al cellulare. Uno squillo, due squilli, tre squilli.
Dall’altra parte del telefono Anna dice: sono appena passata davanti casa tua. Se avevi altro da fare potevi dirmelo anche prima.
Le chiedo delle spiegazioni, ma so gia che ha visto la macchina di Paola.
Io penso: ma no, è che ho il cazzo in decomposizione e per Paola, è vero che me la sarei volentieri scopata, ma la ho solo uccisa, strangolandola. Guarda ho ancora i graffi in faccia.
Le dico che mi dispiace. Riaggancia. Riaggancio.

Sono sul divano che penso a cosa dovrei fare. Sorsi di birra accompagnano l’azione.
Adesso ho due problemi. L’aborto e il corpo di Paola.
Sono giù nella piccola strada, dietro casa mia. Apro la saracinesca del garage. Il rumore si espande nel silenzio delle cene familiari. Faccio il giro del palazzo e arrivo ad una strada più grande, davanti casa. Salgo sulla macchina di Paola, l’accendo e la porto dietro. La metto nel garage. Chiudo la saracinesca. Rumore finito.

Sono affacciato alla finestra e ho sempre due problemi.
Penso a Giuliano. La sua descrizione è: buon amico e veterinario. Sposato con Marina, due grosse tette pronte ad allattare una prole infinita ma uno dei due ha problemi procreativi. Quattro anni di copulazione cattolica e nessun figlio.
Penso a Giuliano e al fatto che veterinaria e medicina possono essere simili.
Prima però devo liberarmi del corpo. Devo liberarmi di Paola.
Penso: la nascondo in cantina.
Ricordo l’aborto.
Tanto in cantina chi ci guarda. Magari dietro le vecchie portefinestre appoggiate al muro.
La devo avvolgere, coprire con qualcosa.

Sono in camera. Con le mani dentro il cassetto dell’armadio cerco un lenzuolo.
Uno matrimoniale dovrebbe bastare. È bianco. Per i cinesi il bianco non è il colore del lutto?
Paola sarebbe entusiasta di mostrare anche da morta il suo essere manager cosmopolita attenta alle tradizioni funebri locali.

Sono in salotto. Prendo Paola da sotto le ascelle, la sollevo e la trascino verso l’ingresso. La poggio sul pavimento, sopra il lenzuolo steso a terra. Prendo un lembo e avvolgo il corpo. Poi lo faccio rotolare fino a quando termina il lenzuolo. Paola fa un po’ più di quattro giri.
Adesso mi serve una corda. Che non ho, ma ho il nastro adesivo. Lo trovo in un cassetto nello sgabuzzino. Tre rotoli di nastro adesivo, due trasparenti e uno di carta.

Sono nell’ingresso. Il corpo di Paola è ai miei piedi, legato come una salsiccia bianca. Il nastro adesivo è stretto attorno al lenzuolo in tre punti. In alto, al centro e in basso.
Non dovrebbe essere faticoso portarlo giù, Paola non era pesante.
Mi abbasso. Prendo il sacco e lo metto in spalla. Un leggero sforzo per rialzarmi. Scendo le scale.

Sono in cantina. L’ultima portafinestra a nascondere Paola. Minuziosamente do un’ultima sistemata alla bara verticale di strati di legno e vetro, spengo la luce e chiudo la porta con tre mandate. Sto per rimettere la chiave sul chiodo fuori la porta, poi la guardo e la metto in tasca. Salgo le scale.


III
La faccia di Giuliano è immobile. Vedo stupore e disgusto nella sua espressione. Guarda la mia virilità decomposta. Guarda l’aborto. Il mio aborto.
Lui dice: oh mio dio.
Io dico: esatto proprio il mio dio. Vecchio e decrepito.
Lui si informa sul dolore.
Quando piscio: un lieve bruciore. Quando ho un’erezione: una forte fitta sotto le palle.
Mi chiede se ho dei guanti in lattice, o qualcosa di simile.
Io guardo sotto il lavandino e gliene porto un paio azzurro. Giuliano li guarda, li indossa e inizia a toccare l’aborto. Lo prende, lo gira delicatamente, mi chiede se sento male.
Dice: quando ti fa male dillo.
Io lo guardo smuovere quello che una volta era il mio cazzo.
Dico: ci capisci qualcosa?
Lui mi risponde di no. Poi si scosta, allontanando mani, faccia e sguardo.
Giuliano dice: potrebbe essere un tumore, un cancro.
Io ripeto: cancro.
Lui: tu dici che non ti sei accorto di niente nei giorni passati.
Dico: mi ci sono svegliato questa mattina. Ieri notte non era così.
Si toglie i guanti. Si alza e inizia a camminare verso la cucina. Io mi rivesto.

Siamo in cucina, seduti al tavolo. Fumiamo e beviamo. Io birra, lui grappa.
Giuliano si sta scusando. Non riesce a capire come un tumore possa manifestarsi in così breve tempo. E non sa nemmeno se considerarlo un tumore.
Mi viene in mente Elephant Man. Uno scherzo della natura. Uno scherzo del cazzo.
Lui dice: mi sembra di essere in un romanzo di Gogol, Il Naso, in cui un uomo si sveglia e non ha più il naso.
Io dico che ci sono delle differenze tra un naso che scompare e un cazzo che diventa decrepito.
Rivedo la pelle solcata da rughe ed escrescenze. Rivedo l’aborto.
Spengo la sigaretta, bevo e mi alzo.
Giuliano dice: anche il fatto che abbia colpito solo ed esclusivamente il pene…
Lascia la frase smezzata. Lo fa quando pensa. In realtà non si accorge di stare parlando. Pensa ad alta voce, ad intermittenza. Come se inconsciamente sottolineasse determinate constatazioni.
Dice: dovresti andare in ospedale, farti vedere da un medico.
Rispondo che l’unico medico che deve sapere è lui.
Lui, giustificandosi: io sono un veterinario. Non ho piena competenza su…
Io insisto facendolo tacere. Gli chiedo di fare tutte le ricerche che può. Gli chiedo di parlare con persone specializzate. Gli chiedo di occuparsi del caso del cazzo in metastasi.
Lui mi dice che ha da fare e che questa è una cittadina di montagna e che gli animali sono tanti e che di nuovo non ha le competenze. E che farà il possibile.
Io so che tempo tre quattro giorni ne saprò qualcosa in più. Giuliano è in gamba. Professionalmente e come amico. E io mi immagino in una stalla su un letto operatorio, di fianco ad un cavallo che sta per essere castrato.
Giuliano svuota il bicchiere di grappa con un sorso. Lo poggia sul tavolo e fa per andarsene.
Dice: noi stiamo andando alla festa di Carlo, a Caporeale.
Caporeale sarebbe un paese sperduto tra le pianure circostanti.
La festa sarebbe un ritrovo di voglie sessuali represse.
Dico: vi raggiungo dopo.
Mi abbraccia. Mi stringe emotivamente. Giuliano è grosso e dolce ed è convinto che io abbia il tumore e che morirò al più presto.

Sono in bagno davanti l’armadietto dei medicinali.
Penso: cancro.
Mi immagino pelato con una bandana in testa. Mi immagino magro, con gli occhi scavati che brillano in cerca di vita. Mi immagino su un letto di ospedale con flebo attaccate al braccio. Parenti e fiori attorno.
Apro l’armadietto. Gocce, cucchiaio, bocca. Deglutisco.
Mi tolgo i pantaloni e le mutande. Guardo l’aborto. Il mio aborto. Lo sposto sulla destra per vedere l’attaccatura dei testicoli. La putrefazione finisce perfettamente alla base. Così è a sinistra.
Penso a un’amputazione.
Penso alla castrazione.
Il cavallo sul lettino di fianco al mio dice: prima o poi tocca a tutti.

Ho sempre pensato che sarei morto vecchio. Tra il silenzio e le braccia di Anna, che sopportando mi avrebbero stretto fino alla fine. Fino all’ultimo mio respiro.
Mi immagino vecchio che mi guardo allo specchio, pensando dove sia finita la mia giovinezza. Mi immagino ripensare divertito alla mia vita. Mi immagino guardare Anna. Mi immagino innamorato.
Mi vedo urlante in una sala operatoria tra chirurghi con camici bianchi chiazzati di sangue che urlano: il vecchiume deve essere eliminato. Nuovo spazio a forme lisce e giovani.

Comunque non sto morendo. Lo sento. Io non morirò mai.

Sono in giardino. L’aria fredda della sera. Mi strofino le mani passeggiando.
Un prurito mi fa grattare la faccia. La traccia delle unghie di Paola. Una ferita rossa che si stava richiudendo, e che il freddo sta facendo risvegliare.
Colpa del mobile della televisione. Avevo detto a Giuliano.
Stavo armeggiando con la presa della corrente e rialzandomi ho urtato lo spigolo aguzzo in metallo.
Ti è andata bene. Aveva risposto. Un po’ più in la e prendeva l’occhio.
Con le dita inizio a toccarla. Va dallo zigomo sotto l’occhio sinistro fino a metà guancia. All’inizio è più marcata. Lì l’unghia è penetrata di più. Poi si affievolisce fino a sparire.
Il tempo dell’agonia di Paola marcato in faccia.
Guardo la finestra in legno della cantina. Quante scopate perse.
Mi immagino tra le cosce di Paola. Mi immagino gemere eccitato.
Ricordo Paola la prima volta che l’ho vista. Nella mensa aziendale. La guardavo con insistenza, ma senza quasi volerlo. Ero affascinato, estasiato dalle sue gambe accavallate sotto il tavolo. Poi, sopra in ufficio, ci eravamo incontrati per caso alla macchina del caffè, e avevamo parlato.
Tre giorni dopo stavamo scopando sul tavolo del mio ufficio.
Guardo il cielo stellato.
Che cazzo faccio adesso? Ho tre quattro giorni di attesa.
Penso a Giuliano e al fatto che a quest’ora sia gia ubriaco. Lo immagino parlare con tutti di tutto, con quella sua parlantina veloce che esplode con l’alcol. Immagino Giuliano, e Marina, moglie, che ride. Immagino la casa di Carlo, e le persone che potrebbero essere presenti alla sua festa.

Sono in casa. Mi metto la giacca e infilo chiavi della macchina e sigarette in tasca. Vado in bagno. Dal mobiletto prendo ansiolitici e antidolorifici. Esco.


IV
Arrivo alla casa di Carlo che sono quasi le undici. Abbasso il finestrino.
La musica e il vocio escono fino in strada, unendosi al silenzio insito in quel piccolo borgo.
Le macchine degli altri invitati riempiono tutto il circondario della casa. Proseguo dritto, oltrepassandola. Arrivo alla piazza del paese dove trovo un parcheggio.
Esco dalla macchina e sento il vento che mi colpisce il viso. Leggero ma pungente.
Un lato della piazza è delimitato da un muretto tipo balconata. Il panorama è una distesa di notte con ammassi di luce che sono altri paesi, e altre luci singole in fila, che sono le strade. Io guardo appoggiato al balcone la pianura che si estende al buio, immaginandola divisa in tanti rettangoli, come un enorme plaid steso sul terreno. Le montagne delimitano il tutto.
Sarebbe un ottimo posto per un lago. Immagino l’acqua che ricopre tutto. Onde altissime che arrivano da dietro i monti, li oltrepassano sbattendo con violenza contro il terreno, sommergendo tutto. Immagino il contraccolpo, e l’acqua che si rialza fino a bagnarmi i piedi. Poi riscende e si placa. Immagino il silenzio dopo l’alluvione. Immagino corpi e resti dell’umano ingegno galleggiare sulla distesa blu del nuovo paesaggio. Immagino il silenzio e le grida, i lutti che ne seguono. Immagino il mondo privo di migliaia di persone inutili. Con la loro cultura basata sull’avere case più grandi degli altri. Con il giardino più verde, con il conto in banca più ricco. Soldi e potere. Per poi vivere in rustici ad una stanza, nel retaggio di un passato di ristrettezze economiche e mentali.
L’importante è il poter sfoggiare. Il poter apparire, il poter confluire a pieni voti nella massa vuota e sterile. La massa dei lobotomizzati televisivi.
La massa che io assiduamente frequento.
Penso: l’importante è poter continuare a scopare.
Ricordo l’aborto.
Immagino la festa. Gente che beve ride fuma mangia parla ascolta musica.
Immagino le interazioni amichevoli, immagino i culi e i vestiti scollati.
Penso: io sono diverso da loro.
Ma poi l’affermazione diventa una domanda.
Mi difendo ricorrendo alla consapevolezza. Ricorrendo al fatto che io conosco ciò che in realtà siamo. Inutili agglomerati percettivi, statici e monotoni nella ricerca del piacere.
Il fatto di sapere mi rende quasi uno spettatore, che prende ciò che vuole quando vuole.
Vivo in una televisione interattiva, e ne conosco i segreti. Io so.
L’affermazione continua a rimanere domanda.
Immagino la festa. Immagino persone in piedi con un bicchiere di vino in mano che parlano ridendo. Mi immagino fra di loro brillante e socievole. Immagino le facce intorno. Mi ascoltano, annuiscono, interrompono quello che dico. Immagino i dialoghi. Frasi che si accavallano senza produrre una vera comunicazione. Tutti che parlano e nessuno che ascolta. Oratoria accademica fine a se stessa. Le persone parlano per mostrare di avere idee, opinioni.
Mi immagino ascoltarli. Immagino la noia e la ricerca di situazioni sessuali. Ricordo l’aborto.
Penso: la mia vita sociale condizionata dagli appetiti sessuali.
Un brivido mi fa alzare la testa al cielo. Vedo il blu. Vedo guardie che armeggiano davanti le portefinestre in cantina. Vedo il corpo di Paola che si fa strada tra il legno e il vetro. Vedo le manette attaccate alla cinta delle divise. Si protendono verso di me, indicandomi. Iniziano ad aprirsi e chiudersi, producendo un suono di mandibole metalliche. All’improvviso mi si lanciano contro, imprigionandomi gli arti e il collo al muro. Le guardie si voltano e iniziano a ridere.
Io mi guardo e scopro che sono nudo. Ho una pancia enorme e non riesco a vedermi il pene.
Mi chiedo cosa avranno da ridere.
La pancia inizia a sgonfiarsi mentre da sotto inizia a spuntare un lungo verme senza testa. Più esce più la pancia diminuisce. Alla fine cade a terra, sul pavimento coperto di sangue e liquido amniotico. Inizia a stendersi diventando una barra viscida e liscia. Una guardia la raccoglie e inizia a brandirlo nell’ilarità dei suoi compagni. Mi si avvicina leccando quel verme teso, dal quale sono spuntati due occhi ad antenna ad una delle estremità. Sento le fredde minuscole palpebre che mi ispezionano la faccia, ritraendosi ad ogni tocco involontario. La macchina di Paola, nel garage di fianco, si accende improvvisamente. Il rumore del motore provoca uno spasmo al vermelumaca, che si tira indietro perdendo la sua forma rettilinea. Nel trambusto io mi libero dalle manette e mi precipito verso la porta. Una guardia mi vede e spara.
Il rumore sordo dei primi fuochi d’artificio mi sveglia. Tre luci bianche seguiti da tre botti che si spengono lentamente. Il richiamo al festeggiamento. Sarà festa in qualche paese.

Sono sempre appoggiato alla balconata. Non so decidermi se andare o no a casa di Carlo. Fumo aspirando il contenuto della sigaretta in modo pesante e rumoroso. Continuo a guardare il panorama aspettando che inizino i fuochi. Un suono di tacchi mi fa voltare. Nessuno. Ritorno al panorama.
Il suono dei tacchi ritorna. Secco e ipnotico. Mi volto di nuovo, e di nuovo non vedo nessuno. Il suono continua. Alzo la testa seguendolo e scopro una finestra aperta sulla facciata della casa opposta alla balconata. Una figura si muove dentro la stanza, avanti e indietro, passando tra la finestra e il lampadario. Mi meraviglia che riesca a sentire i suoi tacchi sbattere sul pavimento. Penso ad una sorta di allucinazione auditiva. Un miraggio. Una fata morgana del suono.
Penso: tacchi sul pavimento, il mio canto della sirena.
Mi addomestica eliminando ogni altra percezione. È un suono matematico, che inebria la mente, confondendola nelle sue precise cadenze cardiache.
Se il mio miraggio è vero, la figura dovrebbe essere una donna.
Alle mie spalle incomincia lo spettacolo. Luci e suoni iniziano a mitragliare l’aria. La figura ora è ferma. Affacciata alla finestra guarda i fuochi d’artificio.
Mi vede e mi fa un cenno con la mano. Poi rientra e chiude la finestra.
Mentre cerco di spiegarmi il suo gesto, vedo una luce accendersi dietro i vetri sopra il portone, che si apre vomitando fuori un’ondata di acqua. Vedo passare veloce il cazzo gigante con i secchi. Si ferma e con uno straccio inizia ad asciugare la strada. Poi strizza tutto dentro i secchi e va via correndo. Mi volto e mi ritrovo una ragazza con i capelli corti e rossi che mi guarda ridendo. Due grandi cerchi di metallo sottile alle orecchie. Occhi grandi e un leggero accenno di lentiggini che spuntano nella luce riflessa del lampione. Mi abbraccia dandosi una spinta verso l’alto, cadendomi quasi addosso.
Tra il fracasso dei fuochi d’artificio dice: ciao Marcello, come stai?
Io la guardo e balbetto che non ricordo di conoscerla.
Lei scocciata risponde: tu non ti ricordi mai.
E mi bacia.

Sono seduto sul letto di Daniela, lei è al mio fianco, nuda tra le lenzuola.
Mi alzo e apro la finestra. Il freddo colpisce il mio petto nudo. Mi vesto.
La luce della luna si riflette sulla pelle della donna, evidenziando le linee lisce attraverso le ombre.
La guardo cercando di ricordarmi chi è. Lei dice di conoscermi. Parla del mio passato dicendo cose che io non ricordo di aver fatto. Da quel che ho capito è una studentessa di chimica, e lavora in una libreria come commessa. È lì che ci siamo conosciuti. Quasi un anno fa. Io non ricordo. Ma ricordo le ultime due ore. Ricordo Daniela che mi porta a casa sua. Ricordo i suoi fianchi mentre saliamo le scale al suono dei suoi tacchi. Ricordo la bottiglia di vino, e la musica, e il sesso.
Provo una sensazione di disagio. Come se mi sfuggisse qualcosa di importante. Non parlo di Daniela. È più un qualcosa di personale. Il disagio sale. Guardo in basso e vedo una chiazza rossa sul pavimento, sotto il mio piede sinistro, alimentata da un rivolo che mi cola dai pantaloni. Velocemente mi svesto. Vedo la mia gamba coperta di sangue. Non ci sono ferite. Mi tolgo le mutande. Mi immobilizzo. Vedo una massa sanguinolenta tra le gambe. Mi sento svenire. Poi mi volto e vedo Daniela che mi guarda. Si alza e viene verso di me. Prende un asciugamano e lo avvolge attorno al mio sanguinolento pene. Stringe dolcemente. Poi tira di scatto, staccando la massa rossa dal corpo. Il dolore mi fa urlare fino a rimanere senza fiato. Lei mi bacia infilando la sua lingua nella mia bocca prepotentemente. Io piango per il dolore, e lei inizia a leccarmi le lacrime.
Chiudo gli occhi ritrovandomi tra il suono dei fuochi d’artificio, fuori in piazza, a baciare una ragazza che non conosco.
Arrivano le prime fitte sotto l’inguine. L’erezione dolorosa dell’aborto.
Mi scanso da lei dicendo: senti io non ti conosco.
Lei dice: e non hai mai baciato una sconosciuta?
Si volta a guardare i fuochi.
Dice: che cosa festeggiano?
Rispondo di non saperlo, e intanto guardo come è vestita. Una gonna lunga, bianca con striature nere, e una maglia larga, di quelle che compri alle bancarelle peruviane.
Le mani piccole e lunghe sono coperte di disegni.
Sei una strega?
Non sono sicuro di averlo pensato o detto. Lei mi guarda e sorride.
Dice: mi chiamo Daniela.
Il nome mi sembra familiare.
Poi mi prende la mano: vieni.
Le chiedo come faccia a sapere il mio nome.
-Ho tirato a indovinare.

Il suono dei fuochi d’artificio si spegne con cinque grossi boati. Coreografia pirotecnica.
L’eco ci accompagna mischiandosi al suono dei nostri passi fino alla chiusura del portone.
All’interno una grossa scalinata in marmo e una luce bianca, che dà un aspetto asettico alla pietra liscia. Seguo i movimenti del corpo di Daniela salire le scale. È sinuosa ed estremamente ondeggiante. Nel salire canticchia una canzone. Sembra un serpente che esce da un cesto. Salgo seguendola. Incantato da quel culo spirituale.
Mi immagino scoparmela. Ricordo l’aborto.
Entro in casa. L’odore di incenso mi infastidisce, pungendomi le narici.

Sono nel salone, con la finestra che dà sulla piazza. Mi affaccio e vedo la mia macchina parcheggiata sotto il lampione. Davanti una panchina in ferro verde.
Guardo la sala. Mobili di legno e un grosso camino in pietra. Candele e altre cianfrusaglie riempiono le mensole, la credenza e il tavolo. Una libreria. Mi avvicino e inizio a leggere i titoli dei libri. Ci sono tredici volumi di un’enciclopedia sulle erbe. Libri di chimica, fisica e latino. Alcuni non hanno titolo. Ne prendo uno, nero e pesante che cade con forza nelle mie mani. Lo poggio sul braccio e inizio a sfogliarlo. Le pagine si aprono su l’immagine di un caprone antropomorfo che scopa da dietro una donna dal culo grande. Sotto, una didascalia mi informa che è una xilografia del sedicesimo secolo, autore sconosciuto.
Cerco di ricordarmi cos’è una xilografia. Una stampa ottenuta da una tavoletta incisa. Più o meno l’avanguardia del periodo.
Continuo a sfogliare il libro. Trovo altre immagini di diavoli tentatori, che, mostrando un membro enorme, insidiano popolane e nobili. Ce ne è una che mi incuriosisce: un caprone alza la gonna ad una donna che prende dell’acqua da un pozzo. La zampa circonda la chiappa sinistra mostrandola allo spettatore. La faccia del caprone è rivolta verso di me. Mi guarda come a spronarmi a prendere quella donna, che maliziosa comunica una voglia morbosa di sesso.
Sento Daniela che armeggia in cucina. Sento una bottiglia che si stappa.
Entra nella sala svolazzando. È scalza e la gonna arriva quasi al pavimento. Sembra più lunga di prima. Amelia la strega che ammalia mi porge un bicchiere di vino. Brindiamo. Beviamo.
Lei dice: qual è il tuo problema?
Le dico che non ho nessun problema.
Mi poggia una mano sulla pancia. Sento le sue dita muoversi contro la mia pelle quasi a rimodellarla. Poi scende. Io ricordo il dolore dell’erezione. La fermo.
Lei dice: fidati di me.
Dico: proverò molto dolore, forse sarà insopportabile. È questo il mio problema.
Poi mi fermo a guardarla per un attimo. Lei svuota il suo bicchiere e si volta dirigendosi di nuovo verso la cucina. Ritorna con la bottiglia. Riempie i due bicchieri, e di nuovo mi mette una mano sulla pancia.
Dice: fidati di me.
Io le tolgo con forza la mano dicendole che mi ha rotto i coglioni con questa sua farsa da strega lussuriosa. Le dico che ho un problema al cazzo e che quindi non posso scopare.
Trovati un altro per i tuoi giochi, questa sera io sono fuori. Per questa e per non so quante altre ancora.
Ricordo l’aborto.
Sto crollando. Sento i nervi che mi esplodono. La testa pesante.
Bevendo dico: qui vicino c’è una festa lì sicuramente trovi qualcuno per la serata.
Lei dice: tu vieni con me?
Ti accompagno, ti faccio entrare, magari bevo anche qualcosa. Ma vado via subito.
Io penso: avrei proprio voluto scoparmela questa.
Lei dice: cos’è, un complimento?


V
Sono nel bagno di Carlo. Mi guardo allo specchio immobile. L’acqua scorre nel rubinetto. Altre gocce potrebbero farmi cadere addormentato. Ne prendo cinque. Giusto per il sapore.
Mi guardo di nuovo, chiudo il rubinetto ed esco, immergendomi nelle voci e nel frastuono della festa. Vedo Giuliano che agita le mani ridendo con altre persone, vicino la finestra. Bevono da bicchieri di plastica bianchi. Chissà se Carlo ha del martini? Rosso sarebbe l’ideale.
Vado verso la cucina, sgattaiolando fra gli altri ospiti. I saluti di rito sono stati gia fatti, quindi non devo più preoccuparmi di loro. Sulla porta della cucina sbatto contro un paio di tette enormi. Marina.
Lei scherza: ogni scusa è buona, eh.
Io penso: ma vaffanculo.
Le sorrido ed entro.
In cucina trovo Daniela che legge la mano alla padrona di casa, Giada, moglie di Carlo. Matrimonio di riparazione con successivo aborto spontaneo. Io penso che non si sarebbero mai sposati se Giada non fosse rimasta incinta. E questo è quello che Daniela le sta dicendo.
Le dice: vedo insoddisfazione e voglia di evadere, magari anche solo per una notte.
Sembra che ci stia provando. Le accarezza la mano lentamente, seguendo i vari solchi del palmo. Mi vedono. Daniela strizza l’occhio velocemente e continua la lettura tattile della mano di Giada, che dopo un’indecisione mi dice: puoi lasciarci sole?
Notizia: Giada mi detesta.
Forse perché ho sempre detto a Carlo di non sposarla. O perché le guardo in continuazione le tette, sode e a punta. O forse perché quando non era ancora sposata abbiamo scopato mentre Carlo faceva il militare.
Carlo serviva la patria, Giada serviva me.
Forse non mi sopporta perché sa che io ricordo. Ricordo le tette che ballano, la bocca. Ricordo le scopate in macchina. Ricordo il piacere che provava quando le facevo male. Ricordo la violenza delle penetrazioni, ricordo gli schiaffi.
Ricordo che non mi piaceva molto farlo, ma nemmeno mi faceva schifo.
Spesso le chiedevo: scopi così anche con Carlo?
Non era per paragonarmi, ero semplicemente curioso.
Lei non rispondeva mai, anzi domande del genere la mettevano in imbarazzo.
Poi un giorno Carlo mi chiese informazioni sul sesso anale.
Mi dice: sai, io e Giada vorremmo provarlo.
Lì ho scoperto che Carlo non capisce un cazzo.
Vedo Giada che mi fissa cattiva. Le chiedo dove posso trovare del martini.
Lei dice secca: chiedi a Carlo.
Daniela mi guarda e con un cenno della testa mi indica la porta del magazzino dietro Giada.
È mezz’ora che siamo qui e la strega è già padrona di tutti.
Entro e cerco l’interruttore sulla parete. Accendo la luce e vedo le bottiglie di superalcolici sul pavimento. Ne prendo una di martini bianco ed esco.
Daniela e Giada sono ancora nella stessa posizione tranne un particolare. Una mano di Daniela sta accarezzando la coscia della padrona di casa. Io passo velocemente oltre.

Sono fuori sul balcone. Le fronde degli alberi coprono la visuale, comprimendo ulteriormente lo spazio. Il balcone gira tutt’intorno la casa. Porto la bottiglia di martini alla bocca. Bevo.
Il liquore scende facendomi tossire. Accendo una sigaretta e mi volto.
All’interno della casa continua il vocio e il divertimento. Guardo le facce degli invitati. Occhi lucidi che esprimono mancanza di spessore. Sono inutili. Provo repulsione e disagio. Mi concentro sui culi delle donne, ma perdo quasi immediatamente interesse. Il vetro della bottiglia che sbatte contro i miei denti. Non riesco a regolare la forza dei movimenti. Bevo, poi inizio a camminare lungo il balcone. Giro l’angolo e mi ritrovo nel buio della notte. Le persiane sono aperte. Nel semibuio della stanza distinguo le forme di una camera.
Immagino Carlo che prende a schiaffi Giada sul letto e poi dice: ti ho fatto male?
Lei indignata lo getta letteralmente via, si alza e viene verso la finestra. Mi vede e inizia a masturbarsi vogliosa. La sua pelle inizia a disciogliersi come se stesse bruciando dall’interno.
Mi volto chiudendo gli occhi. Sento la bottiglia che mi sfugge dalla mano. Di scatto aumento la presa e riapro gli occhi. Di nuovo il buio della notte che si riflette nel vetro della finestra.
La scoperta consapevolezza di non essere lucido mi fa vomitare.
Il conato esplode oltre il balcone, andando a spalmarsi sulle siepi del giardino di Carlo. Rimango appoggiato alla ringhiera, propeso verso il vuoto, aspettando che gli spasmi finiscano. Mi rialzo con calma. Poggio la bottiglia in terra e sento una voce: stai bene?
Mi volto e vedo Daniela.
Dico: hai un fazzoletto?

Daniela mi sta dicendo che potrebbe convincere Giada a fare una cosa a tre.
Io bevo lentamente, seduto sulla ringhiera del balcone.
Penso: non è possibile. Non può essere possibile. È tutto frutto della mia immaginazione.
Allucinazioni. Magari sono diventato schizofrenico. Tutto ciò che mi circonda è falso.
Dico: ti ho già detto che non posso scopare?
Dice: nemmeno guardare?
Io la guardo. Sbaglio o c’è una concentrazione di mignotte nella mia realtà. Ricordo l’aborto e mi immagino scopare con tutte le donne che mi vengono in mente. Le immagino portarmi in trionfo, adorandomi come un dio.
Sento la mano di Daniela sui pantaloni. Inizia l’erezione. Alzo il braccio per darle uno schiaffo, ma mi fermo. Non c’è dolore. Non provo nessun dolore. Anzi. Mi slaccio i pantaloni. Lei si inginocchia. Guardo dentro la finestra. Tutti gli invitati stanno copulando fra loro, in buffe posizioni. Il salotto è privo di mobili e ha le pareti, il pavimento e il soffitto color rosso.
E io inizio a ridere, sempre più forte, fino alle lacrime. Daniela si ferma. Mi guarda.
Dice: cosa ridi?
Non riesco a parlare. Continuo a ridere singhiozzando. Mi allontano piegandomi in due per lo sforzo. Daniela mi raggiunge, mi prende, mi alza e mi tira un forte schiaffo in faccia.
Mi risveglio. Daniela mi guarda in attesa.
Dice: allora?
Allora cosa? Domando mentre guardo dentro il salone. Gli invitati continuano a non esistere, ridendo.
Daniela scocciata dice: vogliamo andare via o no?
Vedo Giuliano, e lui vede me. Mi chiama.
Dico: scusa solo un attimo.
Entro. Lui mi è venuto incontro. Mi prende per il braccio e mi porta nuovamente fuori. In disparte da Daniela mi chiede del problema. È preoccupato per come io la stia prendendo. Mi vede pallido.
Gli dico che sto bene. L’importante è non avere erezioni. E quindi ho deciso di andare via.
Lui dice: ascolta, sono veramente preoccupato per te. Non ho mai visto una cosa del genere. Ti prego, vai in ospedale. In una qualche clinica specializzata.
Si volta e guarda Daniela. Poi è di nuovo su di me. Preoccupato mi prega di assecondarlo.
Poi, dopo un secondo di pausa: ma non hai detto che non puoi avere rapporti sessuali?
Esatto.
Dico: la castrazione è dolorosa?

Sono in strada con Daniela. Camminiamo verso la piazza.
Lei mi chiede perché Giada ce l’abbia tanto con me. Io non rispondo.
Continuiamo a camminare in silenzio.
Arrivati davanti casa sua io vado verso la macchina. Lei si ferma.
Dice: dove vai?
Vado via. Non lo so dove. Salgo in macchina e parto, e magari alla prima curva vado dritto.
Vieni da me, mi dicono le sue braccia.
La prendo con forza e la porto sotto il lampione. Mi sfilo pantaloni e mutande.
La mia putrescenza bella in mostra.
Tra le lacrime dico: capisci ora, brutta puttana stronza?
Lei mi riveste, mi prende per mano e mi porta verso casa sua.

Sono nel salotto di Daniela. Seduto sulla poltrona di fianco al camino acceso. Gli occhi ancora umidi. Lei è affacciata alla finestra. Mi parla della sua vita. Figlia unica. Studentessa in biologia. Chissà perché mi viene in mente la chimica.
Io ascolto. Sbadiglio. Le chiedo da bere. Lei mi sorride e va in cucina. Io mi alzo e vado in bagno. Daniela mi segue con lo sguardo.

Sono con la faccia dentro il lavandino. L’acqua scorre fredda addormentandomi la pelle. Mi rialzo mi asciugo e chiudo i rubinetti. Sulla mensola sotto lo specchio vedo un rasoio elettrico per capelli.
Mi tolgo la maglia, prendo il rasoio ed esco.

Daniela soddisfatta dice: abbiamo fatto proprio un bel lavoro.
Si muove attorno la sedia. Mi scruta la testa e annuisce: sì, sì.
Io vedo i capelli sul pavimento. Porto le mani alla testa e inizio ad accarezzarla. Mi viene uno spasmo alla bocca. La ferita sotto l’occhio si fa più evidente al tatto.
Sembro indossare una maschera di gomma.

VI
Apro gli occhi. Il sole entra dalla finestra di fronte al letto. Luce contro oblio.
Mi alzo sui gomiti guardandomi intorno. Un gatto dorme ai miei piedi. Tolgo le coperte, gettandogliele addosso. Vedo quella massa di peli muoversi sotto, poi si libera, mi guarda e scende dal letto. Mi siedo. Ho indosso un pigiama grigio con linee nere. Dovrebbe essere del padre di Daniela, o del cugino, o di qualche suo amico. Non ricordo bene. Alcol e ansiolitici non giovano alla lucidità.
Guardo l’orologio sul comodino. Le 11 e 40. Mi alzo. Esco dalla camera scalzo.
In casa non c’è nessuno.

Sono in bagno, davanti lo specchio.
Oddio, sono veramente rasato.
Mi ispeziono la testa. Sento il solletico dei miei capelli, o almeno di quello che ne resta. Merda.
Mi guardo di profilo. Che idiota. Ho anche delle ferite. Piccole. Mi spoglio per farmi una doccia. Controllo l’aborto. Tutto normale.

Sono in cucina. C’è del caffè avanzato nella moka. Mi metto a cercare un contenitore per scaldarlo.
Apro i vari pensili. Bottiglie e barattoli di vetro vuoti nel primo. Messi alla rinfusa.
Nel secondo scatolame e di nuovo barattoli, riempiti con spezie e polveri.
Apro l’armadietto di legno bianco. Pentole, pentolini, padelle. Prendo un piccolo recipiente rosso a forma di tazza. Verso il caffè. Accendo il gas. Aspetto.
Sbadigliando ripenso alla serata precedente. Ripenso a Daniela che mi parla come si parla ad un bambino, quando lo si vuol far dormire. Ripenso alla voce soffice, alle palpebre stanche e alle braccia di Daniela attorno al corpo. Abbiamo dormito tutto il tempo abbracciati.
Prima di andare al letto, ricordo l’infuso, fatto con erbe di cui non ricordo il nome.
Ti farà riposare, diceva.
Le sue mani disegnate si protendevano vero di me, porgendomi la tazza bianca. Le dita lunghe, eccitanti, tamburellavano contro il coccio.
Quanto avrei voluto scoparmela.
E poi in un turbine mi rivengono in mente la festa di Carlo, Giuliano e la sua preoccupazione, e le visioni. Ricordo Giada, e la mano di Daniela sulla sua coscia.
Spengo il gas. Ricordo Paola.

Sono fermo in macchina. Davanti a me la sbarra del passaggio a livello è abbassata, mentre una campanella rintocca. In strada non c’è nessuno.
Penso: sabato, quasi l’ora di pranzo.
Attorno a me i campi coltivati, con qualche trattore che ancora lavora.
La strada è polverosa e assolata. Non fa caldo.
Il treno passa portando rumore e velocità. Silenzio. Poi di nuovo la campanella e il rumore meccanico della sbarra che si tira su.
Guardo l’asta che si alza. Sorrido. Riparto.

Sono sulla strada principale. La mia auto corre veloce mentre io ripenso alle visioni. Non riesco a scollegarle dal resto della serata. Ricordo l’orgia nella casa di Carlo, e Daniela piegata davanti a me. Ricordo anche il piacere. Ricordo Giada che si masturba dietro la finestra.
Poi mi viene in mente l’immagine del pensile della cucina di Daniela e quei barattoli pieni di erbe.
Sulla destra della strada intravedo un posto di blocco. Non tento nemmeno di mettermi la cintura di sicurezza, non farei in tempo. Continuo a pensare ai barattoli di Daniela, mentre una voce fuori dal finestrino dice: patente e libretto, prego.

Mentre i due carabinieri scrivono il verbale della multa, guida senza cintura, mi chiedo quando inizieranno a cercare Paola. Abitava sola quindi dovrei essere tranquillo almeno per un paio di giorni. La guardia torna da me restituendomi i miei documenti e la multa. La sua faccia soddisfatta mi guarda, sorridendo fa battute sul mio nuovo taglio dei capelli, e mi saluta. La sua presunta onnipotenza aspetta la mia risposta che non arriva. Io riparto senza degnarlo di uno sguardo. Lui sbatte la mano sul tetto della macchina dicendomi di fermarmi. Io continuo ad andare, rimettendomi sopra la carreggiata. Vedo i due carabinieri che risalgono svelti in macchina, accendono la sirena e partono seguendomi.
Io penso: tutto questo per non averlo salutato. Reato di maleducazione.
Vedo le sirene avvicinarsi. Accelero. Prendo una strada sterrata sulla sinistra. Dopo un centinaio di metri mi fermo. Attorno alberi e il silenzio rotto dall’arrivo della macchina inseguitrice.
Scendo e gli vado incontro, loro scendono slacciandosi la fondina. Uno mi punta la pistola contro.
Urla: mani dietro la schiena.
Io mi avvicino ancora. Adesso anche l’altro ha estratto la pistola e la tiene alta con la mia testa nel mirino. Io mi avvicino ancora con le braccia tese a far capire che non ho cattive intenzioni. Gli chiedo del perché dell’inseguimento.
Uno di loro risponde: stai zitto e metti le mani dietro la schiena.
Faccio finta di girarmi, poi mi volto di scatto dando un pugno alla guardia davanti a me. Questa cade a terra, facendo partire un colpo. Mi abbasso prendo la pistola e sparo. L’altra guardia cade con un tonfo sulla terra polverosa. Mi rialzo. Vedo il carabiniere colpito dal proiettile che striscia verso la macchina. Lo raggiungo. Sparo di nuovo. La divisa blu macchiata di rosso non ha più movimenti. Vado verso l’altro. Si è rialzato e sta barcollando anche lui verso la macchina. Sembrerebbe essere la loro salvezza. Prendo la mira. Sparo. Il corpo del carabiniere sbatte a braccia aperte contro la portiera aperta dell’auto, rimanendovi appeso.
Mi viene da pisciare. Mi guardo intorno. Non c’è nessuno. Poi un rumore da dietro un cespuglio. Mi avvicino e vedo un ragazzo scappare. Prendo la mira e sparo. Il ragazzo continua a correre. Alzo un po’ il tiro. Il ragazzo cade. Non ho tempo di controllare se sia morto. Troppi spari, troppo rumore. Devo scappare. Salgo in macchina poi mi fermo, immobile. Scendo e mi dirigo verso il primo carabiniere morto. Gli sfilo lo sfollagente. Guardo verso il ragazzo. È ancora a terra.

Sono in macchina. Veloce guido verso casa. Mi chiedo che cosa mi abbia preso. Ho ucciso di nuovo. Dopo Paola, adesso questi due, e anche quel ragazzo. Non riesco a capire. Situazioni assurde e omicidi. E su tutto svetta il mio cazzo. Il mio aborto.
Guardo la pistola e lo sfollagente sul sedile a fianco. E se anche questa fosse un’allucinazione? Una visione distorta della realtà. Magari sto ancora dormendo.
Penso: mi scopriranno.
Prendo la giacca dal sedile posteriore. La poggio sopra la pistola e il bastone.
Rivedo i corpi delle persone che ho ucciso. Una strana sensazione mi assale la mente. Non provo rimorso o tristezza. È più un senso di appagamento, di onnipotenza. Mi sento estraniato dalla realtà. Cerco la boccetta nelle tasche della giacca. Niente. Più tardi dovrò tornare da Daniela.

Sono a casa. In cucina l’acqua bolle. Io fumo una sigaretta. Ancora non so come liberarmi del corpo di Paola. Per la sparatoria posso solo sperare che nessuno mi abbia visto. Non dovrei aver lasciato tracce a parte quelle dei pneumatici. Forse potrebbero risalire alla mia macchina.
Accendo la televisione. Se qualcuno mi ha visto dovrebbero parlarne. È una signora notizia questa. Da prima pagina. Cambio canale in cerca di un telegiornale. Ne trovo uno che sta per finire. Provo con il televideo. Vado alla pagina delle notizie dell’ultima ora. Niente. Nessuna sparatoria. Nessuna scomparsa.
Mi domando perché quella guardia se la sia presa così tanto da inseguirmi.

Sono in cantina. Guardo il corpo livido di Paola. Mi immagino i suoi occhi spalancarsi di scatto. La bocca aprirsi in un urlo silenzioso. Il suo volto poggiato su un lato rimane impassibile. Inizio anche a sentire un cattivo odore. L’odore di putrefazione. Ricordo l’aborto.
Lo sguardo si è spostato sulle gambe. Poi sale, fermandosi all’altezza dell’attaccatura al tronco.
Penso: un cazzo in putrefazione vuole una fica in putrefazione.
Mi immagino penetrarla. Mi immagino muovermi sopra quel corpo fermo, impassibile.
Immagino il contatto con la pelle fredda e giallognola.
Un senso di disgusto mi assale, portando disagio.
Penso: se le fracasso la faccia e le taglio i capelli, sarà irriconoscibile.
Mi guardo intorno. Vedo un grosso martello vicino la porta, di quelli che si usano per spaccare le pietre. Mi muovo per prenderlo. Poi penso: bruciandola si eliminerebbe anche il corpo.
Le tolgo tutti i gioielli. Tre orecchini, cinque anelli, un bracciale e una collana.
La riavvolgo nel lenzuolo, legandola questa volta con dello spago nero. La carico in spalla e la porto alla sua macchina, chiudendola nel portabagagli.
Mentre salgo le scale penso dove potrei bruciare il corpo di Paola.
L’inceneritore cittadino, il crematorio. I posti ci sono, ma è impossibile entrare inosservati, soprattutto con un lenzuolo ripieno sulle spalle.
Potrei fare un falò. Una pira funeraria in un posto isolato. Immagino il corpo di Paola friggere tra le fiamme, mentre un elicottero della forestale volteggia sulla mia testa. Tra i fumi di quella mia offerta sacrificale.
Merda, è possibile che non riesco a trovare un modo per liberarmene?
Potrei sotterrarla. Quanto ci vorrà a fare una buca grande abbastanza. Un’ora, un’ora e mezza. Se trovo il posto giusto, isolato e nascosto, dovrei farcela. Poi ricordo che Giuliano va in cerca di tartufi, e immagino uno dei suoi cani che annusa la terra smossa. Immagino le sue zampe scavare. Immagino il respiro veloce del cane e l’urlo del suo padrone alla vista di una mano che esce dalla terra.
Merda, merda, merda. Entro in casa pensando al puzzo di morte che presto riempirà il garage.
Metto i gioielli di Paola dentro un sacchetto di plastica.
Penso: devo liberarmi anche di questi, e della borsa e della giacca.
Poi c’è la macchina e il corpo, e io che non so che cazzo fare.
Il cellulare di Paola suona. Lo prendo da dentro la borsa. Aspetto che smetta, poi lo spengo.
Ho trovato: la taglio in tanti piccoli pezzi. E poi li sciolgo nell’acido.
Suona il telefono. Questa volta è il mio. Aspetto che la segreteria telefonica parta.
Dall’altra parte qualcuno mette giù. Nessun messaggio. Anna.
Penso: però l’acido dove lo trovo?
Cazzo, è tutto così difficile e complicato. Non riesco a trovare un modo semplice e rapido per liberarmi di tutto.
Ma è vero, perché non ci ho pensato prima. Un incidente stradale. L’auto che precipita da un dirupo, scoppia, si incendia e brucia tutto. Un momento, e se poi non scoppia?
Penso: riempio la macchina di benzina. La benzina si trova.

Sono ad una pompa di benzina. Riempio due taniche da cinque litri l’una. Le carico in macchina e torno a casa. Parcheggio dietro, per non rendere visibile la mia auto. Rientro e carico le taniche nella macchina di Paola.
Sono in salotto che aspetto che faccia buio. Penso a quale sia il luogo più adatto per l’incidente.
Cerco nelle tasche della giacca la mia boccetta. Ricordo.
Prendo le chiavi della macchina ed esco.


VII
Sono in macchina in mezzo a una fila di altre macchine che procedono lentamente. All’altezza della stradina dove ho svoltato nell’inseguimento con le guardie, c’è un posto di blocco. Un’ambulanza procede nel senso opposto al mio velocemente.
Penso: se va veloce vuol dire che c’è qualcuno ancora vivo. Magari il ragazzo.
Metto la freccia e faccio inversione.

Sono in ospedale. Gli infermieri stanno scendendo dall’ambulanza. I portelloni dietro aperti. Una barella con una sagoma sopra, attaccata ad una flebo, viene velocemente portata dentro il pronto soccorso. Scendo dalla macchina e mi dirigo verso l’altra entrata dell’ospedale.
Un via vai di camici bianchi percorre i corridoi in diverse direzioni. Io vado verso la sala dove penso sia stato portata la barella. Mi muovo nell’indifferenza delle persone che mi circondano.
Arrivato alla porta del pronto soccorso una mano mi ferma da dietro le spalle. Mi volto. Una faccia piena di peli mi sorride dicendomi che non posso rimanere lì. Mi chiede se sono un parente.
Io nego e chiedo: cos’è successo?
Infarto, mi risponde.
Poi, dopo avermi portato via, mi informa che un padre non ha retto la morte del figlio, assassinato insieme a due carabinieri.
Continua: sembra che ci sia stata una sparatoria fuori città. Non so altro. Ora se mi vuole scusare.
L’infermiere mi lascia, sparendo in una porta. La targa sopra il legno dice: solo persone autorizzate.
Mi guardo intorno. Sono davanti la porta della cappella dell’ospedale. Una grossa croce incisa sulla porta, senza alcun Cristo sopra, mi invita ad entrare. Immagino il fresco e il silenzio.
Penso: il ragazzo è morto, l’ho ucciso, e ho ucciso indirettamente anche il padre. Magari adesso morirà anche tutto il resto della famiglia.
Entro nella piccola chiesa.

Sono seduto nel penultimo banco della chiesa. Il legno liscio e lucido. La luce leggera e riposante. L’odore acre di incenso stantio, e il silenzio, rotto dai suoni immateriali della mobilia.
Una statua, a grandezza naturale, della Madonna mi guarda benedicendomi. Da piccole finestre ai lati della sala entrano dei raggi di sole. La polvere danza nella luce, muovendosi come uno sciame d’insetti. Il piccolo tabernacolo dorato è riempito da decine di luccichii.
Al primo banco c’è una ragazza inginocchiata. Rimane così per qualche minuto, poi si alza, si fa il segno della croce e si incammina verso l’uscita. La seguo con lo sguardo, girando il mio volto al suo passaggio. I passi rintoccano sul pavimento, amplificati dal silenzio e da una leggera eco.
I capelli biondi raccolti in una coda mostrano un viso ovale e liscio. La pelle bianca, che evidenzia il nero intorno agli occhi lucidi. Le braccia strette al petto creano mille grinze sul cappotto avana, lungo fino sotto il ginocchio. I polpacci scoperti e due stivaletti bianco sporco con un accenno di tacco terminano la descrizione della bambolina.
Ritorno al viso. Lei mi passa oltre senza guardarmi.
Presa dal dolore, penso.
La porta della chiesa si chiude con un tonfo sordo. Sono solo adesso.
Torno con lo sguardo al tabernacolo. Sembra fatto di paillette.
Rimango in silenzio osservando quello che mi circonda. A sinistra della porta vedo una grande acquasantiera in pietra. Mi alzo e mi dirigo verso quella specie di fontana. L’acqua dentro è ferma, sembra quasi non esserci. Mi bagno le dita. Le porto alla fronte, poi alla bocca. Il sapore ferroso sulla lingua. Immergo tutta la mano mentre con l’altra mi slaccio i pantaloni. Infilo la mano bagnata nelle mutande. Avvolgo l’aborto. Umidità e disagio. Mi guardo intorno. Rimango fisso sul tabernacolo, in attesa che la piccola porticina si apra ad ingoiarmi dentro. Tolgo la mano e chiudo i pantaloni.

Sono in macchina che vado verso la casa di Daniela. La strada è libera. Passo oltre l’incrocio della sparatoria. Tutto ora è silenzio. Porto la mano sul sedile di fianco, sotto la giacca. Con le dita trovo la pistola e il manganello. Immagino un posto di blocco e un gruppo di uomini in divisa che setacciano la mia macchina. Per sicurezza. Trovano le armi, mi guardano e mi riempiono di botte.
Saranno incazzati neri, penso. Sono stati uccisi due di loro. Probabilmente ne avranno fatto una questione personale.
Mentre penso e guido, una macchina mi supera suonando per avvertirmi. Sfreccia veloce davanti a me scomparendo subito dopo una curva. Faccio appena in tempo a vedere che è verde e piccola, e che corre quasi al centro della strada. Aumento la velocità e immagino quella macchina sbattere contro il tronco di un albero sul ciglio della strada. La immagino prendere fuoco e scoppiare, trasformandosi in un forno crematorio mobile.
Supero anch’io la curva. Nessun incidente.
Mi guardo intorno in cerca del luogo adatto per il mio incidente, o meglio per quello di Paola. Il panorama è piatto. Dovrò aspettare di prendere le strade interne, che portano verso Caporeale. Strade piccole che si affacciano su pendii abbastanza ripidi. Mi accendo una sigaretta, sputando il fumo fuori il finestrino. Il sole mi scalda la faccia, amplificato dai vetri dell’auto.
Mi sento preso per il culo. Improvvisamente ho focalizzato gli sguardi e i comportamenti di tutti quelli che ho incontrato da ieri. I loro occhi ridevano nell’osservarmi.
Ridevano, ridono di me, compatendo ciò che sono. Improvvisamente mi sento idiota. Stupido.
Una strada sulla destra. Giro. Vado avanti per un centinaio di metri. Mi fermo. Prendo la pistola da sotto la giacca. La guardo, poi la punto contro la mia fronte. Inizio a tremare.
Una voce di fianco a me dice: in questo modo credi di risolvere la situazione?
Mi volto e vedo me stesso che mi guarda. Vedo la mia faccia che mi guarda. Seria, quasi arrabbiata. Rimango immobile, pietrificato. Dalla bocca mi escono solo suoni senza nessun significato.
Di nuovo le visioni, penso.
Nessuna visione, dice me stesso. Nessun sogno. Io sono reale, e sono te.
Continuo ad osservarlo. L’unica differenza fra me e lui è il fatto che indossa la giacca e ha in mano lo sfollagente. Lo picchia contro il palmo della mano aperto. Io continuo a tremare.
Riesco a dire: vuoi picchiarmi?
Mi toglie la pistola dalle mani, sostituendola con il bastone.
Colpisci tu, dice.

Sono fuori la macchina che guardo il mio corpo disteso a terra. La faccia completamente tumefatta, irriconoscibile. I vestiti, ridotti in brandelli, sono appiccicati alla pelle. Hanno preso un colore rosso scuro. Le gambe e le braccia contorte e senza schema si poggiano sulla terra, prive di una normale postura.
Io, ancora con lo sfollagente in mano, resto immobile, ritto sopra il mio corpo maciullato.
Lo guardo da più angolazioni, muovendomi in circolo attorno ad esso. Abbassandomi e rialzandomi in continuazione. Con lentezza gli tolgo di dosso i resti dei vestiti. Lo guardo nudo. Il suo pene è normale. Vado in macchina prendo la pistola e torno sopra il corpo. Miro al bacino. Sparo.
Il rumore si espande attorno, accompagnato dagli schizzi di sangue e carne. Adesso siamo realmente simili.
Rientro in macchina. Inizio ad accarezzarmi la testa e ripenso agli ultimi dieci minuti.
Ricordo me stesso che mi deride. La bocca aperta a mostrare i denti coperti da una patina giallognola.
Ho bisogno di una pulizia dentaria, penso.
Io mi guardo e tremo.
Lui dice: che aspetti? Colpisci.
Gli chiedo perché. Perché dovrei colpire qualcuno senza motivo.
Lui dice: sei un idiota. Sei una persona poco interessante che crede di essere chissà chi.
L’imbarazzo sale. Sento la mia faccia che diventa rossa.
Dico: ma tu sei me.
Lui ride fragorosamente. Allarga le braccia alzando il viso al cielo.
Quanto sei stupido, dice.
Continua: davvero credi che io e te siamo simili? Tu non sei nessuno confronto a me. Tu sei solo la parte merdosa di noi. Sei la parte ignobile e pavida che ho sempre voluto distruggere. Ed ora che ti chiedo di fare una cosa che potrebbe aiutarti a perdere la tua insicurezza, tu ti tiri indietro?
Potrei annientarti con un solo cenno del capo. Farti scomparire dal mondo. Potrei farti non essere mai esistito. Avanti, colpisci idiota.
Io continuo a guardare avanti. Fisso. Non riesco ancora a farmi capace della situazione. Allucinazioni. Non c’è dubbio. Sono ancora vittima di una qualche allucinazione.
La storia del mio cazzo deve avermi turbato parecchio. Sono diventato pazzo.
Dico: tu non esisti.
Un cazzotto mi colpisce il volto. Cado a terra tra la sabbia che si smuove e le risate del mio io.
Mi rialzo e lo colpisco sulla tempia sinistra con il manganello.
Mi fermo, pietrificato. Vedo il mio corpo che si rialza aiutandosi con le braccia.
Dico: perché ti sacrifichi per me?
Lui mi tira un altro cazzotto, questa volta in pancia.
Rimango senza fiato, piegato su me stesso. Mi drizzo e lo colpisco di nuovo. Sull’orecchio, che inizia a sanguinare. Lui si ferma a controllare il sangue, poi mi guarda. Sorride. Rivedo la faccia di Paola. Mi si scaglia contro.
Io inizio a bastonarlo ripetutamente. Le ossa delle sue braccia si rompono per prime. Si afflosciano e lasciano scoperto il corpo. I colpi si susseguono, sempre più violenti. La sua testa dondola da destra a sinistra. La pelle coperta di sangue. Inizio a colpire il busto. Lui cade. Io mi fermo.
Biascicando le parole dice: non hai ancora finito, idiota.
Ricomincio. Lui è steso a terra e io lo colpisco ovunque, senza guardare.
Riapro gli occhi. Sono in auto. La pistola ancora in mano. Scendo.
Il corpo non c’è più.
Torno in macchina e cerco il manganello. È sempre sotto la giacca, pulito, mai usato.
Mi accendo una sigaretta. Mi guardo nello specchietto retrovisore. Il livido sulla guancia destra è visibile e soprattutto reale. Aspiro il fumo e scendo di nuovo.
Penso: se c’è il livido, deve esserci anche il corpo.
Lo cerco inutilmente.
Sento delle gocce sul viso. Alzo lo sguardo. Il cielo è coperto da nuvole grigie e cariche di pioggia, che piano sta iniziando a cadere. Rientro in macchina e parto.
Guardo i miei pantaloni sporchi di terra. Il naso inspira un forte odore di sudore.
Sono sporco, penso, mentre mi allontano dall’inizio del temporale.

VIII
Le finestre della casa di Daniela sono tutte chiuse. Provo a suonare. Niente. Mi attacco al campanello. Nessun suono dall’interno. Mi faccio indietro. Nessuna ombra dietro i vetri. Nessuna mano che scosta le tende colorate e semitrasparenti.
Una voce dietro: come fai adesso?
Mi volto. Di nuovo me stesso.
Continua: senza le tue preziose gocce?
Io guardo la mia stessa figura che mi guarda.
Penso: mi sono rotto le palle. Mi sono proprio rotto le palle. Non posso fare due metri che una qualche visione di merda mi viene a rompere le palle. Non è possibile. Non posso essere arrivato a questo punto per un cazzo in putrefazione.
Penso: non può essere così importante. Così vitale.
Ho un tumore. Ho un semplice tumore. Un tumore anomalo, ma sempre tumore è.
Non posso impazzire per questo.
Me stesso dice: tu non sei pazzo. Questa è la realtà.
È la realtà un cazzo, urlo.
Allargo le braccia a indicare lo spazio che mi circonda: questo non è reale. Tu non sei reale. Probabilmente niente di quello che mi è successo in queste ore è reale.
Me stesso dice: e i carabinieri, il bambino. Paola?
Mi parla accusandomi. Poi inizia a cammina verso di me. Le braccia aperte sui fianchi, a mostrarmi i palmi.
Dice: fidati di me.
Di nuovo.
Dico: vado a casa. Mi devo cambiare.
Lui mi guarda come a compiangermi.
Salgo in macchina e parto. Con la coda dell’occhio vedo me stesso. Immobile, scuote la testa.
Sul parabrezza cadono le prime gocce. La pioggia che mi raggiunge.

Sono nuovamente sulla strada di casa. La pioggia è finita da poco, e i tergicristalli hanno iniziato a contorcersi contro il vetro asciugato dalla velocità. Il rumore alimenta la mia noia nel guidare. Lo spengo abbassando la leva.
Penso: voglio una poltrona, con uno sgabello morbido dove appoggiare i piedi. Voglio stendermi e bere del vino rosso. Voglio il telecomando del mio televisore in mano, e magari anche fumare dell’hashish. E soprattutto voglio una ragazza che mi succhi il cazzo. Il mio cazzo, di nuovo vivo.
Voglio le mie gocce.
Immagino Daniela china su di me. Poi Anna.
Il dolore parte improvviso dal basso. L’erezione provoca delle fitte sempre più forti. Non resisto. Metto una mano sulla patta dei pantaloni. Stringo come a fermare un’emorragia. Con l’altra mano do un’involontaria sterzata al volante. L’auto sbanda sull’altra corsia. Guardo in avanti veloce. Nessuna macchina che mi colpisce sventrandomi e contorcendomi nel metallo.
Il dolore diminuisce. Torno con calma sulla mia corsia. Nel cruscotto ci sono gli antidolorifici.
Due pasticche nella mia bocca. Deglutisco con fatica.
Il paesaggio è sempre più insignificante. Sbiadito. Privo di qualsiasi tipo di valore.
Apro il finestrino e sputo fuori. Disprezzando.
Voglio che questa storia di merda finisca. Subito.
Ricordo Paola. Il cielo inizia a scurirsi. Non riesco a pensare a nessun posto per il suo incidente.
Dico: ma perché mi hanno inseguito?

Sono a casa. L’acqua della doccia scorre tiepida sul mio corpo, indolenzito e stanco. Rimango fermo sotto quel flusso, che impatta contro la fronte calando poi lungo il resto. Portando con se sudore e pensieri. Svuoto la mente chiudendo gli occhi. Con le mani inizio ad accarezzarmi.
Voglio testare la mia soglia del dolore.
Inizia l’erezione.
Una leggera fitta parte da sotto i testicoli. Si propaga attraverso il sangue, espandendosi in tutto il muscolo. Con la mano sinistra mi stringo forte il fianco. Mi sembra che le dita penetrino nella carne. Il dolore continua ad aumentare. Stringo gli occhi e i denti così forte che ho paura che mi si spacchi la faccia.
La soglia del dolore è ormai superata da un pezzo.
Cerco di fermare l’erezione.
Apro la bocca urlando. Lacrime e saliva si mischiano all’acqua, scendendo giù nello scarico.
L’erezione aumenta.
Le mie urla sono sempre più forti. Riempiono la cabina della doccia, riecheggiando all’infinito.
Improvvisamente tutti i suoni spariscono. I miei occhi iniziano a vagare nel silenzio, poi, lentamente, la vista si annebbia.

Riapro gli occhi contro un soffitto di pannelli bianchi.
Giro la testa a destra: un letto vuoto e una grande finestra. Fuori è notte.
Giro la testa a sinistra: un’asta e uno specchio, o una vetrata alla parete, dove si riflette la finestra.
Seguo l’asta in verticale. Incontro tre tubicini uniti insieme che mi fanno cambiare direzione.
Arrivo alla mia mano. I tre tubi finiscono in un unico ago conficcato sul dorso.
Mi guardo intorno alzandomi sulla schiena. Cerco di muovere il meno possibile la mano sinistra.
Descrizione: una grande sala illuminata dalla luce dell’esterno e da un neon sopra la porta della parete di fronte. Appeso, di fianco la porta, un qualcosa che sembra un quadro. Forse una pianta, o un portaombrelli, all’angolo con la parete della finestra.
Un prurito in testa. Porto la mano destra sulla nuca per grattarmi. Ritraggo di istinto le dita al primo contatto. La pelle è ricoperta da una gelatina viscida e fredda. Lentamente riporto la mano in testa. Sento delle specie di cerotti da cui partono dei sottili cavi ruvidi. Per la prima volta sento un suono sopra di me. Sembra il suono di un battito cardiaco modificato dall’elettrocardiogramma. Immagino una linea verde che si alza a punta in concomitanza con il suono.
Cerco di voltarmi, ma i cavi arrivano a fine corsa, fermando il mio movimento.
Mi tocco di nuovo la testa. Sento il lembo di un cerotto che si è alzato. Provo a tirarlo via. Basta un leggero strappo per staccarlo. Assieme al cerotto viene via una piccola ventosa.
Dopo pochi secondi la mia testa è libera.
Voglio alzarmi.
Guardo la mia mano e l’ago conficcato.
Penso: chissà cosa mi sta iniettando?
Per sicurezza non lo estraggo.
Mi alzo e, portandomi dietro l’asta della flebo, mi dirigo verso la finestra.
Ho bisogno d’aria.
La mia andatura è ciondoloni. Mi manca la forza per muovermi, e, anche da fermo, non riesco a mantenere una posizione eretta. Osservo il mio corpo tremolante, stanco.
Cado in terra mentre un rumore dietro le spalle mi fa capire che qualcuno ha aperto la porta.

L’infermiere mi ha riportato nel letto.
Mi dice: stai calmo. Ora sistemiamo tutto.
La sua voce è pacifica. Il suo volto tondo e barbuto.
Io mi chiedo che cazzo bisogna sistemare.
Chiudo gli occhi.

Mi sveglio con l’acqua della doccia che mi sbatte su una gamba. Mi alzo ancora assonnato.
Sono svenuto.
Ricordo il dolore dell’erezione.
Automaticamente il mio sguardo va giù.
Non ci credo. Non posso crederci.
Vedo il cazzo più bello del mondo. Vedo il mio cazzo.
Scuoto la testa. Con le mani mi stropiccio gli occhi.
Penso: e se stessi ancora dormendo?
Una voce da fuori la cabina dice: stai dormendo.
Esco e vedo un altro me stesso che mi guarda. Il tempo di sbattere le palpebre e me stesso è divenuto il pene gigante. I secchi posati alla sua destra.
Dice: quand’è che ti sveglierai, idiota? Non capisci che ti stanno fottendo il cervello?
Io balbetto: chi…cosa…
Dice: devi eliminare quello che ti circonda. Devi estirparti dal vaso in cui giaci inerme e soddisfatto.
Poi prende uno dei secchi e mi getta il contenuto addosso.
L’ondata mi colpisce sul petto. Chiudo gli occhi.

Esco dal bagno nudo, con l’aborto che mi penzola tra le gambe.
Mi vesto in fretta con una tuta. Devo stare comodo. Devo inscenare un incidente.
Scendo in garage.

Sono un po’ più su di Caporeale. Guido la macchina di Paola per la strada in salita.
Il piano è: fra una cinquantina di metri sterzare a sinistra. Un leggero pendio e poi iniziano gli alberi.
Prima preoccupazione: deve sembrare un incidente.
Fermo la macchina. Il punto di uscita è a circa dieci metri. L’idea è quella di fare una specie di testacoda per lasciare i segni delle ruote sulla strada. Se non viene una squadra della polizia scientifica, come quelle che si vedono nei telefilm, dovrei passarla liscia.
Accelero e parto. Mi meraviglio. Non credevo di saper fare queste cose.
Dopo pochi metri tiro il freno a mano e sterzo a sinistra.
La macchina fa quasi un giro, oltrepassando il ciglio della strada con la ruota posteriore destra.
Rimane in bilico, poi cade rotolando.
Vedo il mondo girare. Vedo i vetri frantumarsi.
Grazie alla cintura di sicurezza ho il posto in prima fila per il mio spettacolare incidente.
La giostra termina quando l’auto colpisce il primo albero, inclinata sul lato sinistro.
Io mi ritrovo contro la portiera. La spalla d’appoggio dolorante e una sensazione di pesantezza al petto, all’altezza della cintura salva vita.
La sgancio. Questa rimane penzoloni. Mi domando perché non sia esploso l’airbag.
L’altro sistema salva vita.
Mi arrampico verso lo sportello destro. Riesco ad aprirlo fino a metà, poi iniziano i rami.
Esco sgusciando di schiena. Mi siedo e tiro su le gambe.
Attorno a me il silenzio illuminato dalla luce della luna. Mentre mi abituo al buio prego perché non passi nessuna macchina.
Il primo intoppo che mi si presenta è il portabagagli che non si apre.
Una chiusura bloccata mi separa dalle due taniche di benzina, una torcia elettrica e Paola.
Penso alla pistola e al fatto che l’ho lasciata dentro la mia macchina.
Provo di nuovo a fare leva con le mani. Ci metto tutta la forza che posso. Niente.
Inizio a preoccuparmi.
Mi muovo intorno cercando una pietra, un bastone, qualsiasi cosa possa essermi d’aiuto.
Il silenzio viene rotto dal suono di una macchina che si avvicina. Torno indietro nascondendomi dietro un albero. Il rumore si fa sempre più vicino. Dalla curva appaiono i fari. Illuminano la scena quasi di fronte. La macchina continua ad andare oltrepassando l’incidente.
Penso: posso abbassare lo schienale dei sedili posteriori. La macchina di Paola ha questa comodità.
Ce ne servimmo una volta per portare una tavola di quelle per andare sulla neve.
Paola aveva trovato un nuovo modo per sfoggiare la sua appartenenza alla società modaiola.
Diceva: sarà come lo sci, bene o male.
Io ero interessato ad un altro articolo. Il tubetto di lubrificante che Paola aveva comprato per lucidare la tavola.
Il ricordo mi accompagna mentre rientro in macchina.
Mentre abbasso i sedili posteriori ricordo la voce di Paola che mi dice di far piano.
Tiro fuori il corpo e lo sistemo nel posto di guida. L’odore mi dà la nausea.
In apnea sciolgo le corde e sfilo il lenzuolo, gettandolo sui sedili posteriori.
Paola guarda avanti con la testa ciondoloni.
Prendo le taniche. Una la metto appoggiata al volante, l’altra la poggio fuori dalla macchina.
Prendo la torcia elettrica ed esco.
Sono seduto sulla macchina. Lo sportello aperto. Spargo la benzina dentro, bagnando tutto.
Poi mi alzo e bagno anche l’esterno. La carrozzeria.
Dopo averla svuotato la tanica, la getto dentro l’auto.
Scendo a terra. Dalla tasca tiro fuori l’accendino.
Penso: gli do fuoco e poi scappo per il bosco. Posso anche raggiungere la casa di Daniela. Magari ha una macchina, un motorino. Anche una bicicletta va bene.
Però un momento. Daniela potrebbe fare delle domande.
Vorrà sapere del perché mi trovi lì di notte e senza macchina. Come ci sono arrivato e via dicendo.
Decido di non fermarmi da Daniela. Vado a piedi. Dovessi metterci tutta la notte.

Sto scappando fra gli alberi, in discesa.
Il fuoco dietro di me è solo un leggero rumore di fondo. Non lo vedo neanche più.
Sono quasi arrivato a Caporeale.
Uno scoppio alle mie spalle mi terrorizza, facendomi mancare l’appoggio del piede destro.
Cado. Le mani avanti a fermare la caduta. La terra umida e morbida attutisce la caduta.
Penso: deve essere scoppiata la tanica dentro l’auto.
Immagino il corpo di Paola esploso in mille pezzi.
Riconoscetelo adesso, penso.


IX
Sto correndo tra le viuzze vecchie e pietrose di Caporeale. Ho lasciato il bosco da poco, percorrendo un sentiero che termina dietro il piccolo cimitero del paese. Ora mi trovo vicino la piazza di fronte la casa di Daniela.
Sulla destra delle scale mi invitano a scendere.
Davanti, la strada che porta alla piazza mi si propone illuminata da lampioni stesi al centro.
Se scendo dovrò continuare la mia corsa a piedi. Dopo il paese mi aspettano i campi coltivati, poi di nuovo la strada.
Penso: se taglio per la ferrovia, evito la strada principale. Proseguo così fino all’ultimo passaggio a livello, quello prima della stazione per intenderci, e sono praticamente arrivato. Sono entrato in città. La mia città, centro economico e burocratico dell’intera pianura.
Penso quanto non mi piaccia vivere qui.
Penso quanto siano insulse le persone con cui ho dei contatti sociali.
Penso a quanto io sia completamente integrato in questo sistema, a quanto sia assuefatto e contento di vivere così. Con queste regole e leggi.
Penso a quanto era bello scoparsi le donne di questa città.
Ricordo l’aborto.
Il suono delle sirene dei vigili del fuoco mi fanno fermare e tendere l’orecchio.
Spero che arrivino in tempo per fermare l’incendio.
Spero che il fuoco abbia carbonizzato il corpo di Paola e soprattutto le taniche della benzina.
Rintracceranno la macchina tramite la targa. Ma un incidente è un incidente.
Non dovrebbero, non devono arrivare a me.
Paola sarà morta per l’incendio e non perché l’ho strozzata io.
Prendo le scale a destra. Mentre scendo ripenso a questi giorni.
Mi sveglio con il cazzo in metastasi. Uccido Paola, poi due guardie e un ragazzo.
Per tutto il tempo sono vittima di allucinazione che mi fanno addirittura fare a botte con me stesso.
Con la messa in scena dell’incidente mi sono un po’ sollevato. Mi sento tranquillo. Devo ancora arrivare a casa. Ma comunque un peso ce lo siamo tolto.
Sono ritornato al punto di partenza. Gia è qualcosa.
Penso a quanto voglia farmi una scopata. Anche una sega andrebbe bene.

Corro a perdifiato lungo la strada del paese. A un tratto rallento, fino a camminare. Le luci dei lampioni creano un’atmosfera quasi onirica. I colori delle facciate delle case prendono di una sfumatura tra il giallo e l’arancione.
Di nuovo il volto di Paola.
Ho ucciso.
Poi i volti dei due carabinieri.
Ho ucciso.
Il corpo del ragazzo che cade a terra.
Ho ucciso.
Una strana sensazione mi percorre la schiena. Un brivido freddo che mi solca la spina dorsale dal basso verso l’alto.
È come se mi svegliassi adesso da un sogno.
Ho ucciso.
Cerco di giustificarmi, ma non trovo nessun motivo valido per approvare gli omicidi, a parte il ragazzo. Quello è legittimato dal fatto che altrimenti mi avrebbero scoperto.
Sarei diventato un ricercato. Mi avrebbero scagliato contro tutte le guardie che potevano, e presto mi avrebbero preso e probabilmente ammazzato di botte. Poi il carcere e la mia vita che finisce fra quattro mura.
Mi immagino vestito con un pigiama a righe e un numero stampato sul petto.
Penso: un eremo obbligato.
Poi, alla prima doccia, avrebbero scoperto la mia malattia. Ospedale criminale. Magari una bella villa con un parco verde attorno. Panchine dove sedersi ad oziare al sole.
Anna che mi viene a trovare sempre più di rado. Fino a sparire completamente dalla mia vita, e io dalla sua.
Torno agli omicidi. Avrei potuto evitarli.
A Paola: non voglio scopare e basta.
Ai carabinieri: che cosa ho fatto agente?
Bastava dire queste due frasi e niente sarebbe successo.
Mi meraviglia la lucidità con cui ne parlo. So che sono avvenimenti accaduti realmente. Ma sembrano distanti, quasi impercettibili. Come se fossero eventi di un remoto passato.
I miei passi risuonano sul sottile strato di terriccio che copre la strada. Alla mia destra si apre uno scorcio della pianura. Mi sporgo cercando con lo sguardo la direzione che dovrò prendere.
Vedo la ferrovia. La seguo arrivando a perdermi tra le innumerevoli luci della città. Saranno quindici chilometri. Faccio dei conti. Valuto tre o quattro ore per arrivare alla stazione. Lì prenderò un autobus o un taxi.
Ripenso all’aborto.
La rassegnazione ha preso il sopravvento su tutto.
Immagino Giuliano. Scuro in viso. Con voce ferma mi dice: tumore.
L’unica cosa che non si spiega è la velocità della metastasi. Dice di aver visto cose simili ma che si erano sempre e comunque sviluppate nel tempo. Non in una sola notte.
Penso alla castrazione. All’amputazione della parte malata, a beneficio di quella ancora sana.
Mi immagino liscio e penso ai problemi tecnici.
Dovrò comunque continuare a pisciare.
Mi faranno un’apertura apposita. Chirurgia plastica.
Praticamente mi cambieranno il pene con una vagina.
Un moderno Farinelli.
Una voce dietro di me: e tu che ci fai qui?
Mi volto e vedo Daniela, svolazzante nei suoi vestiti larghi.
E adesso che cazzo mi invento.
Dico: sono stato a casa di quel mio amico della festa. Ma mi sono rotto e sono andato via. Avevo intenzione di tornare a casa a piedi.
Lei dice: senza neanche venirmi a trovare? Sei proprio un insensibile.
L’ultima frase sembra quasi una presa per il culo.
Rivedo Paola che brucia tra le fiamme della sua auto.
Vedo i vigili del fuoco che spengono l’incendio. Si avvicinano alla macchina carbonizzata con le mani davanti la bocca. Qualcuno vomita per la puzza. Carne bruciata.
Mi ricordo che ho le gocce a casa di Daniela.
Dico: questa mattina quando sono andato via ho dimenticato una cosa. Posso prenderla?
Lei dice: questa mattina potevi anche aspettarmi.
Sembra una bambina viziata a cui il padre non ha portato nessun regalo.
Mi giustifico dicendo che lei non c’era, e che comunque sono passato anche oggi pomeriggio e ho trovato tutto chiuso.
Sembriamo due amanti di lunga data. Mando via il pensiero dalla testa.
Dico: senti non mi interessa se te la sei presa o meno. Voglio solo le mie gocce.

Cammino verso casa di Daniela. Lei, al mio fianco, dice che questa mattina era andata a messa.
Il pomeriggio all’università.
Dico: sei cattolica?
Lei risponde di no.
Continua: mi affascina la consacrazione dell’ostia e la comunione.
Mangiano il corpo di Cristo, praticamente è un atto di cannibalismo. Uno dei tabù più antichi dell’uomo. Sai che anche la famosa mucca pazza si è sviluppata per colpa di una sorta di cannibalismo? Le mucche mangiavano i resti di altre mucche morte, macinate con altri alimenti.
Dico: quindi il cattolicesimo è un virus?

Sono alla finestra di Daniela che guardo la pianura con le sue luci. Le ombre delle montagne circostanti che la circondano come a isolarla. Sembra un mondo a sé.
Alle mie spalle Daniela si avvicina con la boccetta in mano.
Dice: chissà come mai sono venuti i vigili del fuoco.
Dico che dalla casa di Carlo si vedeva del fuoco sulla montagna. Poco sopra Caporeale.
Mi tende la boccetta. La prendo e la metto in tasca.
Poi dico: mi dai un cucchiaio.
Lei mi guarda e va verso la cucina.
Dice: perché prendi quella roba?
Io immagino già una paternale chimica.
Dice: è leggera. Se vuoi calmarti ti conviene prendere qualche altra cosa.
Chiedo se ha dei suggerimenti.

Siamo seduti in cucina. Daniela armeggia con barattoli e pentolini.
Mi farà una tisana.
Lei dice: sai che 8/10 milioni di italiani fanno uso di psicofarmaci.
Dico che non me ne frega un cazzo.
Lei mi guarda ferma e arrabbiata.
Dico: senti, mi dispiace se ogni tanto ti rispondo male. È che sono un po’ nervoso.
Dice: per via del tuo problema?
Ripeto: già, per via del mio problema.
Lei dice: posso vederlo di nuovo?
No.

La tisana è pronta. La tazza fumante sopra il tavolo davanti a me.
Dico: non credo che una specie di camomilla possa bastare. Non credo nei rimedi naturali.
O meglio: penso che siano buoni ma leggeri.
Lei mi dice di bere. Mi dice che quella non è una specie di camomilla, ma un infuso di piante con effetti psicotropi.
Mi spiega che psicotropo è qualcosa che agisce sui processi psicologici.
Mi dice che gli effetti sono di gran lunga più forti di quelli degli ansiolitici che prendo di solito.
Mi dice che se ci bevo dell’alcol insieme avrò degli effetti allucinatori bellissimi.
Il suo “bellissimi” è allungato come un sibilo di serpente. Un serpente tentatore.
Avvicino le labbra alle tazza bollente.
Mi è salita una leggera paura. Inconsciamente sto cercando di non bere.
Dice: cos’è non ti fidi?
Io la guardo poi mando giù il liquido.
Un sapore amaro mi si spande in bocca. Sembra di stare bevendo una corteccia di albero.
Ne mando giù metà.
Dice: è più piacevole se la bevi piano piano.
Si alza.
Vado in bagno, dice.
Io penso: se fa le pozioni magiche è proprio una strega.

X
Mentre Daniela è in bagno do uno sguardo al barattolo da cui ha preso l’infuso.
Lo apro e annuso. Un odore acre colpisce il mio naso. Sembra quasi metallo.
L’idea che dà è quella di stare odorando una lamiera.
Incomincio a sentirmi leggermente intorpidito. Mi siedo con la tazza in mano. Guardo il liquido dentro. Giallo verde trasparente.
Poggio la tazza sul tavolo e inizio a stirarmi.
Penso: ormai la scusa l’ho detta. Potrei tranquillamente dormire qui.
Gli occhi si chiudono da soli. Sto per cadere dalla sedia, quando le braccia di Daniela mi stringono, facendomi rimanere dritto seduto. Mi scuoto aprendo gli occhi.
Lei dice: vedi. Non c’è niente di meglio che una buona tisana per calmarsi.
Dico che a me l’effetto sembra spropositato. Non avevo voglia di dormire ma di calmarmi.
Non volevo un sonnifero.
Sto per chiederle che cazzo ci ha messo dentro ma i miei occhi si chiudono sul suo viso.

Mi sveglio con Daniela china su di me. Mi sta masturbando. Le sue mani indossano dei guanti bianchi. Una vaschetta trasparente sul tavolo.
Mi guarda e dice: continua a dormire.
Mentre chiudo gli occhi vedo il mio aborto che si erge maestoso.

Riapro gli occhi.
-Meno male che non ti facevano effetto le tisane.
La voce di Daniela è scherzosa.
Continua: ho provato a portarti a letto. Ma non ci sono riuscita.
Chiedo quanto ho dormito.
Quattro ore, risponde.
Mi alzo. Ho una gamba addormentata. Sto quasi per cadere ma mi sorreggo al tavolo.
Dico: devo tornare a casa.
Dice: io ti consiglio di andare a letto. Da quello che mi hai detto sei anche a piedi. Io ho un motorino. Ma adesso è notte e ho un po’ paura a prenderlo. E naturalmente scordati che te lo presto.
Dico: devo andare a lavoro domani.
Prenditi un giorno.
La sua voce è fastidiosamente premurosa.
Dice: a proposito. Il fuoco l’hanno spento.
Mi fermo ad ascoltare.
Continua: era una macchina. Sembra che sia uscita fuori strada e abbia preso fuoco.
Continuo a rimanere in silenzio.
C’era una persona dentro. È bruciata anche lei assieme all’auto.
Chiedo come faccia a saperlo.
Dice: me lo ha detto un signore di qui che è andato a vedere da vicino.
Dopo una pausa le chiedo se mi ha masturbato mentre dormivo.
Dice: i tuoi sogni sono sempre a sfondo sessuale?
Mi risiedo e stiro le gambe.
Mi prepari un caffè? Le chiedo mentre vado in bagno.

Il leggero bruciore svanisce con le ultime gocce di urina. Sgrullo piano l’aborto e, sempre con delicatezza, lo rimetto dentro.
Davanti lo specchio, mi guardo la faccia mentre mi lavo le mani.
Un altro sogno.
Mi sciacquo il viso. Vedo i capelli che già hanno iniziato la loro ricrescita. Mi accarezzo la testa.
Poi vedo la cicatrice.
Vedo il livido sotto l’occhio destro. Rivedo me stesso che mi ride in faccia.
Sto impazzendo.

-Se non ti dispiace vorrei rimanere qui questa notte.
Con queste parole varco la soglia della cucina.
Daniela mi guarda sorridendo. La moka borbotta.
Spegne il gas e prende due tazzine.

Sono alla finestra a fumare. Guardo la piazza.
I sampietrini illuminati dalla luce del lampione. Leggermente bagnati.
Riflessi umidi si mischiano alla notte oscurata dalle nuvole improvvise.
Non avrei visto niente, penso.
Il fumo della sigaretta mi riempie i polmoni. Ho voglia di bere del vino.
Ricordo la tisana e le parole di Daniela. Mi volto.
Dico: sono vere le cose che hai detto sulle allucinazioni?
Quali allucinazioni?
La sua voce è assonnata. Stava per andarsene a letto.
Dico: il fatto che non posso bere alcol per via della tisana.
Dice: si sono vere.
È in piedi, rivolta verso la camera.
Dice: io vado a dormire. Tu fa quello che vuoi.
Sparisce nell’altra stanza.

Sono in cucina. Apro il frigorifero.
Penso: sono bello sveglio. Magari gli effetti della tisana sono passati.
Prendo una bottiglia verde. Il liquido dentro rosso scuro.
Penso: e comunque ormai sono abituato. Alle allucinazioni intendo.
Verso il vino nel bicchiere. Bevo.

Sono nel salotto. È quasi un’ora che vago da un posto all’altro della casa.
Daniela dorme profondamente. Il corpo disteso sotto le coperte. La testa appoggiata al cuscino sul lato destro. È quasi al centro del letto.
Penso: è abituata a dormire sola.
Mi stendo un attimo di fianco a lei. Il mio viso contro il suo. Le tocco il naso. Lei fa un movimento di fastidio. Mi rialzo. Esco.
Mi muovo per la casa leggero. Sembro pattinare.
Sono in cucina. Verso il vino e bevo. Finisco di riempire il bicchiere ed esco in strada.
Sono affacciato alla balconata della piazza.
Ripenso alla prima volta che ho incontrato Daniela. Sembrano secoli.
Ricordo lei che mi chiama per nome.
Ho indovinato, mi aveva detto.
Ricordo il suo aspetto inizialmente familiare. Poi: i capelli corti e quei vestiti.
Non l’avevo mai vista.
Ripenso alla mano di Daniela sulla coscia di Giada.
Chissà se era un’allucinazione anche quella. Devo ricordarmi di chiederlo.
Oramai non sono più sicuro di niente. Mi aspetto da un momento all’altro di sentire una voce alle mie spalle. Mi aspetto di voltarmi e vedere o un altro me stesso, o il cazzo gigante, o delle guardie sadomaso che mi sventolano i loro manganelli davanti.
L’eco di un treno. Abbasso lo sguardo e vedo una scia luminosa percorrere la pianura.
Ricordo quando lo prendevo per tornare dall’università, io la facevo a Bologna nonostante la facoltà di ingegneria fosse anche nella mia città. Sono sempre stato viziato io.
Ricordo gli appezzamenti terrieri della pianura. Poi le fabbriche. Poi la periferia della città. Infine la stazione che mi dava ogni volta un senso di casa. Era l’arrivo e la fine della mia vita fuori da quella realtà di merda. Da quella realtà in cui vivo e in cui sono completamente integrato.
Penso: ho una bella casa dove vivo solo. Senza costrizioni sentimentali. Un ottimo lavoro, che mi porta a viaggiare per tutta Europa, e in alcune occasioni anche nel resto del mondo. Un lavoro “in”, con intorno segretarie in gonna corta e camicetta. Le segretarie non sono mie, ma lavoriamo sullo stesso piano dell’azienda. La realtà di merda dove mi piace sguazzare per poter continuare a scopare.
L’ultima affermazione oramai ha perso di valore.
Di nuovo la rassegnazione.
Penso: potrei farmi frate. Voto di castità obbligato.

Sono in cucina. Il bicchiere di nuovo pieno. Bevo.
Penso: ma queste allucinazioni quando arrivano.
Magari ci scappa anche una scopata. Come nei sogni in cui sai che stai sognando. Inizi a guidarli per arrivare al tuo scopo. Naturalmente il mio non serve nemmeno dirlo.
Mi muovo tra la cucina e il salotto. Mi guardo intorno. Sulla mensola di fianco il camino c’è un grosso libro. Mi avvicino, lo prendo e lo poggio sul tavolo.
Sorso di vino.
La copertina in pelle scura. Un simbolo inciso sopra. Sembra una scala.
Lo apro quasi a metà. È in latino. Ci sono delle annotazioni scritte a mano in italiano.
Riesco a decifrare: “circoscrivere la scelta”, “psicosi mentale sessuale”, “stelo della pianta”.
La scrittura è piccola e confusa.
Il libro sembra un prontuario di erboristeria.
Lo sfoglio. Trovo immagini di piante e di ampolle in vari formati. Ci sono anche alcune incisioni di carattere bucolico. Quasi in tutte le pagine ritrovo le annotazioni. Sembra una traduzione del testo.
In alcuni passi del libro non è usato il latino, ma altri linguaggi. Uno lo riconosco come greco. Gli altri non so.
Lo apro alla prima pagina. Bianca. Così la seconda e la terza e la quarta. Poi inizia direttamente il testo. Vado alle ultime pagine. Il movimento veloce delle mie mani fa cadere dei fogli dal libro sparpagliandoli sul tavolo. Li raccolgo e inizio a leggerli. Alcune pagine sembrano un indice del libro. Le riordino e leggo le altre.
Trasformazione del pene. Requisito fondamentale per la trasformazione.
Mentre leggo quelle frasi Daniela entra nella stanza sbadigliando.
Sembra uno sbadiglio forzato. Finto. Iniziano le paranoie.
Dice: il fatto di averti detto che potevi fare quello che vuoi, non significa che puoi farti anche gli affari miei.
Ripongo le pagine e chiudo il libro imbarazzato.
Dice: guarda che stavo scherzando.
È appoggiata con la spalla allo stipite della porta. Mi sorride.
Dico: che vuol dire “trasformazione del pene”?
Si stacca dalla porta e viene verso di me.
Dice: quando mi hai fatto vedere il tuo pene mi sono incuriosita.
Prende a se il libro.
Continua: ho fatto delle ricerche. Ho scoperto che è una pratica usata da una comunità di streghe della Francia del XIII secolo. Per la precisione della Francia del nord.
Ripone il libro sulla mensola.
Dice: avevo capito che non credessi a queste cose.
E infatti non ci credo.
Dico: perché veniva fatto?
Dice: perché con lo sperma si può avere l’eterna giovinezza. L’incantesimo dice: sperma di morto. Così si faceva putrefare solo il pene di un uomo.
-E poi?
Dice: e poi niente. L’uomo restava così, anche perché moriva pochi giorni dopo.
Mi guarda e scoppia ridere.
Dice: dai, credi davvero che ti sia successo questo?
Tutto può essere, rispondo.
Dice: se è così, chi è la strega che ti ha fatto l’incantesimo?
L’unica strega che conosco sei tu.
I pensieri scorrono via veloci. La sto incolpando direttamente di quello che mi è accaduto. La sensazione è forte. So che è stata lei. Con quegli infusi di merda. Con quelle mani da sega. Dita sottili e unghie lunghe. È lei la strega che mi ha castrato.
Dico: l’unica strega che conosco sei tu. Quindi sei tu che mi hai fatto diventare il cazzo un aborto.
Dice: potrebbe essere stata qualsiasi donna occasionale che ti sei scopato.
Dico: ma deve tornare a prendersi il suo sperma. E l’unica che è tornata sei tu.
Dice: ma io e te non abbiamo mai avuto rapporti sessuali.
La guardo come se mi fossi svegliato in quel preciso momento. La vista si appanna.
Per un attimo mi sento fluttuare nel vuoto.
Rimetto a fuoco. Lei è sempre lì che mi guarda.
La immagino vestita di nero, con una grande tunica e un cappello a punta. Una scopa capovolta in mano. Sembra mia sorella in un carnevale di quando eravamo piccoli.
Abbasso lo sguardo e vedo il bicchiere di vino.
Penso: mi ubriaco.
Prendo il bicchiere e lo porto alla bocca.
Daniela dice: è meglio che non bevi. Anche la paranoia è una forma di allucinazione.

XI
Mi sveglio con un rumore di piatti che si rompono.
Dalla cucina arrivano imprecazioni e un gatto di corsa.
Daniela dice: stupida di una gatta. Guarda che mi hai fatto fare.
Io mi alzo e mi affaccio in cucina.
Buongiorno, dico.
Lei ricambia sorridendo.
Mentre vado in bagno mi dice che sta uscendo per andare in facoltà.
Dice: hai dieci minuti per prepararti, se vuoi che ti accompagni.

Sono sul motorino di Daniela. Torno a casa.
Faccio tutta la strada aggrappato al suo corpo. Non ho paura per la velocità, ma per il fatto che non la vedo molto sicura. Le propongo anche di portarlo io, il motorino.
Lei mi guarda con la coda dell’occhio e dice: puoi benissimo fare l’autostop, se non ti fidi.
Mi lascia sotto casa. Era di strada per la sua facoltà.
Dice: è qui che abiti, quindi. Se vuoi ti vengo a trovare dopo la lezione.
Dico: questa mattina ho un po’ da fare. Se mai nel pomeriggio. Chiama prima però.
Le lascio il mio numero di casa.
Dico: se risponde la segreteria vuol dire che non ci sono.
Dice: fai sempre così il prezioso o solo quando hai il cazzo messo male?
Io la squadro in malo modo.
Dice: scusami. Era solo una battuta.
Ci salutiamo.

Sono a casa. La boccetta in tasca.
La metto nel mobile delle medicine dopo averla svuotata di undici gocce.
Ho mal di testa. Faccio colazione e prendo un’aspirina.
Sono al telefono. Faccio il numero del centralino della mia azienda. Dopo i convenevoli mi faccio passare il mio capo.
Dico: Franco buongiorno, sono Marcello. Senti per qualche giorno non posso venire a lavoro.
Franco dice: quanti giorni?
Dico: due o tre, forse anche quattro. Devo sistemare alcune cose.
Lui dice che se proprio ne ho bisogno va bene. Poi mi chiede se ho notizie di Paola.
Dice: neanche lei è venuta al lavoro oggi.
Penso: leggi il giornale.
Gli dico che è da venerdì che non la vedo.
Dico: mi ha portato i nominativi dei nuovi clienti ed è andata via.
Dice: a proposito, il prossimo lunedì devi iniziare con il primo. Cerca di sbrigare le tue faccende per quel giorno, non possiamo permetterci di perdere questi clienti.
Non ti preoccupare, gli dico mentre lo ringrazio e lo saluto.
Riaggancio.
Guardo la segreteria. È ancora inserita.
C’è un messaggio. Lo ascolto. Dopo il bip il silenzio. Poi il rumore del telefono occupato.
Penso: deve essere Anna.
Fuori il sole illumina i tetti delle case. Nemmeno una nuvola.
Accendo la televisione. Televideo. Ultime notizie.
Ancora nessun indizio sulla sparatoria. I familiari delle vittime indignati e pronti alla vendetta.
La sorella del ragazzo: aveva solo dieci anni. Come si può essere così disumani?
Penso: bisogna trovarcisi in una situazione del genere.
Continua: spero che lo prendano. Spero che finisca in carcere gli anni che gli restano.
Le ultime parole delle guardie alla radio: stiamo inseguendo un tipo sospetto al terzo chilometro della statale nord, fuori città.
Derido gli agenti: nemmeno la targa hanno preso.
La dinamica è: loro mi fermano, io rubo la pistola e gli sparo. Poi sparo al ragazzo che scappa e che probabilmente ha visto tutto.
La sua colpa, la mia disumanità.
Torno al menù principale. Qualche notizia più in basso c’è l’incidente di questa notte.
Un’auto finisce fuori strada, in località Caporeale. Un morto ancora non identificato. Si crede sia la proprietaria della macchina. Paola Manfredini, ventinove anni, impiegata presso la XXX s.p.a.
Nome, età e collocazione sociale: quello che basta per riassumere la vita di una persona.
Spengo il televisore. Sigaretta.
Dei rumori dall’altra parte del muro. I miei vicini sono tornati.
Immagino la signora e il signor Cardilli.
La descrizione della coppia è: lei leggermente più alta. Tutti e due sui cinquant’anni. Lui bianco in testa, lei bionda. Magri, lui con una leggera pancia da beone. Un figlio in Germania.
Il padre dice: ha una ditta di import/export.
Poi si inizia a parlare della politica cittadina. Credo sia un membro di qualche partito.
Io lo vedo democristiano. Nel senso politico non religioso.
Sono fedeli praticanti nelle grandi occasioni. Sono fedeli per comodità. La religione che affoga nella grande cloaca che è l’umanità. Spero in un qualche virus mortale di cui si perda il controllo.
Mi affaccio alla finestra. Il posto dove parcheggiano sempre la loro macchina è vuoto.
Rientro. Le 9 e 40. Mi faccio una doccia.

Sono al telefono. Giuliano mi chiama per nome. Ancora non riesco ad abituarmi al riconoscimento con il cellulare. Lo saluto ripetendo chi sono.
Dico: possiamo vederci?
Dice: se vuoi ci incontriamo fra mezz’ora. Aspetta, forse è meglio fra quaranta minuti. Facciamo alle 11 e mezza, và. Vieni al capannone di Massa.
Saluto e riaggancio.

Sono con l’orecchio attaccato al muro. Ascolto i miei vicini.
Televisione accesa e un rumore di mobili che si spostano.
Pulizie di primavera, penso.
Vado alla finestra. Ancora nessuna macchina. Guardo le loro finestre. Le persiane sono chiuse.
Scendo le scale ed esco in giardino. Nessuna presenza nella casa vicino.
Ricordo le allucinazioni.
Penso: devo controllare se ho lasciato qualche traccia dell’omicidio di Paola.
Vado in garage. Niente a parte una leggera puzza. Tengo aperta la saracinesca e vado in cantina.
Tolgo le portefinestre e controllo dietro. Niente.
Mi volto guardandomi attorno. C’è una piccola macchia di sangue, sul pavimento al centro della cantina.
Prendo uno straccio e la pulisco. Rimetto tutto in ordine, lavo lo straccio e risalgo le scale.
Guardo attentamente ogni gradino. Nessuna macchia.
Rientro in casa, prendo una sigaretta e scendo di nuovo nel garage, rimasto aperto.

Sono in strada. Fumo camminando avanti e indietro nel sole caldo della mattina. Il cielo viene ritagliato dalle fronde degli alberi che circondano lo spiazzale dietro casa.
Aspetto che la puzza nel garage vada via del tutto. Aspetto che l’aurea di Paola scompaia definitivamente. Alzo lo sguardo in cerca delle finestre dei miei vicini. Sul balcone un tavolo.
Penso: allora ci sono.

 

XII
Sono in un capannone fuori città. Nell’aria un odore di escrementi e campagna. Belati e muggiti da una stalla di cemento con grossi finestroni in alto. Giuliano esce venendomi incontro.
Dice: tutto a posto. Possiamo andare.
Dico: si potrebbe avere un uovo fresco?

In macchina Giuliano mi ripete che per lui il mio aborto è un tumore.
Io ho ancora il sapore dell’uovo in bocca. Pastoso e dolce.
Accendo una sigaretta. Lo stesso fa Giuliano.
Sento la tensione salire dai suoi nervi.
Mi guarda. Poi frena.
Dice: potrei anche sbagliarmi.
Mi guarda.
Continua: ti prego vai in ospedale.
No.
Dice: perché no?
In effetti, perché no? È la cosa più semplice e sensata che si possa fare in questi casi.
Dovevo andarci da subito. Avrei evitato gli omicidi. Forse.
Dico a Giuliano di ripartire.
Dico: sei sicuro che sia tumore?
-Non ne ho la minima idea. Non so che cazzo ti sia successo, lo capisci?
La sua risposta irrompe nell’abitacolo, tra gli sputi e le lacrime.
Non lo ricordavo così emotivo.
Dico: ci prendiamo un caffè?

Usciamo dal bar con il sole che ci sbatte in faccia. È una splendida mattina.
Mi sento in colpa.
Dico: andiamo in ospedale.

In macchina inizio a tremare.
Dico: senti. Aspetta un attimo.
Le parole mi escono sconnesse.
Dico: ferma la macchina.
Giuliano accosta.
L’ospedale alla fine della strada si staglia contro il panorama di montagne lontane e cielo.
Dico: devo fare prima delle cose.
Non devo fare un cazzo, ma devo prendere tempo. Non voglio andare in ospedale.
Devo parlare con Anna. No, non con Anna, ma con Daniela. È lei la strega.
Un momento, ma che cazzo sto dicendo. Sto vaneggiando.
Mi volto e vedo Giuliano che mi guarda fisso.
Dice: io ti porto in ospedale. Che tu lo voglia o no.
Sono pazzo.

In ospedale sto come tutti quelli che hanno un aborto al posto del cazzo: in silenzio e sguardo fisso. Seduto su una sedia a rotelle. Sono troppo scosso emotivamente per stare in piedi.
Vedo la porta della chiesetta con la sua croce minimalista.
Il mio sguardo si sposta su un camice bianco con gli occhiali nel taschino che mi indica.
Giuliano di fianco a lui annuisce. Il camice dice qualcosa.
Giuliano viene verso di me.
Dice: deve visitarti.
Io guardo Giuliano poi il camice. Poi abbasso lo sguardo e da quel momento in poi non ho parlato più.

 

   

 

giafur