Dubrownik mon Amour

 

Datazione: 2003


And slave I only use
As a word to describe the special way I feel for you
(G. Dulli)

I
Siedo davanti Ignazio. Il ristorante è pieno, e soprattutto afoso. Il caldo fuori è insopportabile, ma qui dentro è anche peggio.
Il piatto sul tavolo attende che io inizi a mangiare.
C’è un problema però: è un po’ di giorni che ho perso l’appetito. Non ho quasi più voglia di mangiare. Sarà per via del caldo, o per gli antibiotici che sto prendendo per la gola.
La parola che viene in mente è anoressia.
Rifiuto l’idea mentre guardo Ignazio che mangia di gusto. La fronte cosparsa di goccioline di sudore. Alza lo sguardo dal piatto. Mi guarda facendo una smorfia per il caldo. Ferma con il braccio un cameriere che gli passa di fianco.
-Non si potrebbe accendere l’aria condizionata o qualcosa di simile?
Ignazio sarà il ventesimo cliente che fa questa domanda.
Il cameriere dice veloce qualcosa che non riesco a capire, poi scompare di nuovo nel suo lavoro.
Ignazio ripete guardandomi ironico: problemi tecnici.
Esco un attimo, dico alzandomi. Vado a fumare.

La calca dentro il ristorante è impressionante. Non c’è una sedia vuota. L’uomo vuole essere servito e fin che paga può pretendere quello che vuole. Prima regola sociale.
Fuori il sole avvolge con luce e calore l’ambiente.
Chiudo gli occhi d’istinto.
Il caldo mi ha fatto gonfiare piedi e mani. Le vene si sono ingrossate sporgendo spropositatamente dalla pelle. Sono l’essere ideale per un prelievo di sangue, o per una lezione di anatomia venosa.
Il fumo della sigaretta entra nel mio corpo, lo stomaco risponde con due azioni: brontolio e un piccolo conato.
La parola che viene in mente è di nuovo anoressia.
Penso: ipocondriaco e paranoico. Penso anche al tetano.
Rivedo la lama arrugginita che entra nella mia carne.
Tossisco. Sento il muco che dai polmoni sale in gola. Mi guardo intorno. Non c’è nessuno. Senza far rumore sputo a terra, dietro un vaso.
Penso: ma come cazzo si fa ad avere mal di gola con un caldo simile?
Quando rialzo la testa vedo un uomo con una valigetta scura spuntare da dietro l’angolo della strada. Lo osservo camminare. La mano sinistra a ripararsi dal sole. La camminata è lenta. Il caldo aumenta la fatica. L’uomo si ferma davanti un portone. Dalla tasca prende un mazzo di chiavi. Apre la porta ed entra. Getto la sigaretta in terra e torno dentro il ristorante.

Ignazio sta mangiando il secondo. Il mio piatto di pasta è ancora lì.
L’ho fatto lasciare, mi dice mentre mi siedo.
-Il cameriere voleva portarlo via.
Con la forchetta infilzo tre penne ricoperte da una salsa bianca con grumi grigi.
L’odore del gorgonzola mischiato agli altri formaggi arriva al naso. Metto in bocca. Il sapore è buono. Poggio la forchetta. Bevo.
-È arrivato.
Ignazio mi guarda fisso.
-Abbiamo il tempo di un caffè?
Abbiamo tutto il tempo che vuoi.

[...]

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