Dubrownik mon Amour

 

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[...]

Guardo fuori.
Penso: ma quando se ne va questo sole di merda?
Probabilmente ho pensato ad alta voce perché Ignazio mi risponde che devo aspettare almeno quattro mesi. Mi volto verso di lui.
-A me invece piace il sole, il caldo.
Parla tra un pezzo di patata e uno di carne.
Mangio un altro boccone. Devo ammettere che queste penne sono proprio buone.
Continuo a mangiare.
Forse mi è tornato l’appetito.

Dopo il caffè ci alziamo. I soldi sul tavolo.
Ignazio mi precede tra i tavoli. Va dritto verso la porta spalancata. Esce fuori. Si ferma e si stira.
Io gli sono accanto.
-Qual è la casa?
Indico la porta dove è entrato l’uomo con la valigetta.
Ci dirigiamo verso la porta. Scorro con il dito i tre campanelli.
Mi fermo dove c’è scritto: av. Carpine.
Suono.
Una voce di donna chiede chi siamo.
Amici dell’avvocato, rispondo. Continuo dicendo che ci sta aspettando.
Dopo alcuni secondi il portone si apre automaticamente.
Dentro l’atrio delle scale l’aria è fresca.
Penso: proprio quello che ci vuole per la mia gola.
Bastano pochi secondi e l’escursione termica provoca il primo brivido.
Ignazio si avvicina all’ascensore.
-Non vorrai fare le scale, spero?
Vado verso di lui mentre preme il pulsante di chiamata.
La luce artificiale fa riposare i miei occhi.

L’ascensore si ferma al terzo piano. Scendiamo. La porta dell’avvocato Carpine è leggermente aperta. Busso sul legno scuro per rendere nota la nostra presenza.
Permesso, dico mentre entriamo.
Ignazio dietro di me.
Una donna ci viene incontro. La moglie presumo.
-Prego, prego.
Ci fa segno di accomodarci.
-L’avvocato vi riceve subito.
Guardo Ignazio che fissa il culo della donna. Poi si rivolge verso di me rendendomi partecipe, con un cenno del capo, della propria scoperta.
La donna capisce tutto, anche perché Ignazio non è il massimo della moderatezza.
Chiedo se si può fumare. La donna annuisce e mi porta un posacenere, poi, scusandosi, esce dalla stanza.
-Io per una così potrei anche impazzire. Hai visto che gambe. Lunghe, magre.
Ignazio parla con il braccio teso verso di me.
Gli passo la sigaretta.
-Non è che possiamo divertirci un po’?
Perché no, dico io alzandomi.
Fuori fa caldo. Possiamo tranquillamente restare qui fino a sera.
Abbiamo tutto il tempo che vogliamo.
-E la consegna?
La consegna è domani, rispondo.
Mi accendo un’altra sigaretta.
Fuori in strada il sole continua a picchiare sulle poche persone che camminano.
Alzo lo sguardo: una distesa di tetti rossi infuocati.
Riabbasso lo sguardo: di nuovo la strada. Sarebbe un bel volo da quassù. Quattro, cinque secondi di caduta libera. Alla fine un materasso di cemento ad attutire il tonfo. Potrebbe essere una fine.
Da dietro la schiena tiro fuori la pistola. Piccola e maneggevole, eccetto che per il silenziatore che la allunga rendendola scomoda e fastidiosa.
Entra la donna.
Rimetto la pistola tra i pantaloni e la pelle con calma, senza farmi vedere.
Non dare mai nell’occhio qualsiasi cosa tu stia facendo.
-L’avvocato vi sta aspettando nello studio. Se volete seguirmi.
Nel momento in cui si gira per mostrarci la strada, Ignazio tira fuori la lingua muovendola velocemente. Inizia a seguire la donna piegato in avanti, estasiato dalla rotondità di quei fianchi.
Sorrido e li seguo.

Entriamo nello studio uno alla volta. Come i tre re magi: la donna porta il culo, Ignazio la bava e io la pistola.
Nel momento in cui alzo l’arma il mio compagno è gia sulla donna. Una mano a coprirle la bocca una a tenerle le braccia. Io sparo. Un leggero rumore di stantuffo. L’avvocato fa un sobbalzo all’indietro poi cade con la faccia sulla scrivania.
Ignazio non riesce a tenere ferma la donna. Mi avvicino e le tiro un pugno. Lei cade svenuta.
-Ehi, non rovinarla.
Mi scuso e vado verso la valigetta. È chiusa a chiave. Con il calcio della pistola rompo la serratura.
Ignazio sta legando e imbavagliando la donna.
Vedo la mano dell’avvocato che si muove leggermente. Miro alla testa. Sparo.
Poi ritorno all’interno della valigetta.
Guarda un po’ qui, dico.
Ignazio mi si avvicina e guarda anche lui.
Si passa il polso sulla fronte asciugandosi dal sudore.
-Ti dispiace se inizio io?
Rispondo che può scoparsi la donna per primo.
Io non ho voglia adesso, aggiungo.

Ormai è quasi notte. Il cielo si sta facendo sempre più scuro. In strada i lampioni sono accesi, precedendo l’arrivo del buio.
Dallo studio provengono i sospiri di piacere di Ignazio, e da un po’ di tempo la donna non si agita più. Avrà accettato il suo destino. Essere violentata per tutto il pomeriggio prima di venire uccisa.
Magari spera che alla fine la lasceremo andare. O forse è gia morta.
I gemiti finiscono. Iniziano i tonfi. La testa della donna contro la scrivania, presumo.
Ignazio esce dalla stanza bestemmiando.
-Mi ha sporcato tutto di sangue, quella troia di merda.
Lo guardo e dico: è tutto il pomeriggio che ci penso.
Vado verso il tavolo del salotto. Sento lo sguardo di Ignazio che mi segue.
Prendo la pistola e gli sparo in petto.
Lui guarda la ferita. Il suo sangue che si mischia a quello della donna.
Mi guarda.
In fondo non è da tanto che ci conosciamo. Non può essere così sorpreso.
Sparo un altro colpo. Il proiettile si infila vicino al precedente.
Ignazio cade in ginocchio, poi si accascia su un lato.
Io gli vado sopra e sparo un altro colpo, questa volta in testa.
Prendo la valigetta ed esco chiudendomi dietro la porta.
Il telefono inizia a squillare.


II
-Non voglio parlarne per telefono. Vediamoci.
Pausa.
-Va bene, fra un’ora all’officina.
Riaggancio guardando l’orologio. Sono le 2 e un quarto del pomeriggio.
Penso: perché devo muovermi sempre sotto il sole?
Mi siedo in poltrona e accendo una sigaretta. La valigetta è sul tavolo aperta. Il suo contenuto brilla alla luce che entra dalla finestra. Un ammasso di buste con polvere bianca dentro: 10 chili di cocaina purissima, ancora da tagliare.
A quest’ora avrò gia gli uomini di Corda dietro. Non ci metteranno molto a scoprire che il mio nome è falso. Il mio nome e la mia residenza.
Mai dire veramente chi si è, soprattutto se si vuole fregare qualcuno.
Il trucco dell’identità mi darà un bel po’ di vantaggio. A meno che non mi incontrino per strada.
Mi dispiace un po’ per Ignazio. Eravamo d’accordo e mi sono comportato da cane. Ma non mi andava di portarmi dietro uno come lui. Non era discreto.
E poi nel giro di pochi giorni avrebbe fatto la stessa cosa con me.
Questa è proprio una bella giustificazione, penso.
Meglio prevenire. Quando non si è sicuri di qualcosa: eliminarla.
Lo stomaco brontola. Vado in cucina. Prendo una manciata di noccioline e la getto in bocca.
Dovrebbero inventare il cibo in pasticche. Ne prendi un pugno e stai bene per tutta la giornata.
Bevo dell’acqua per sciacquare la bocca.

L’officina è vuota. Una macchina con il cofano aperto parcheggiata al centro.
Busso contro la lamiera che fa da parete.
Da una porta di servizio esce Mario. Mi viene incontro pulendosi le mani con un asciugamano sporco di grasso e olio.
-Ho l’acquirente.
Il suo viso, piccolo e ovale, è pieno di soddisfazione.
-È uno del nord. Compra tutta la roba a 50 al grammo.
Ne voglio 60.
La mia voce è ferma e la roba è veramente buona.
Penso: magari anche solo 55. Per 10 chili sono 550.000 euro. Un buon inizio per una vita nuova.
Posso scendere a 55, dico accendendomi una sigaretta.

Nel tardo pomeriggio Mario mi chiama.
Mi dice telegrafico: alle otto, in officina.

Sono seduto ad un tavolino di un bar. Bevo una birra. Fuori è notte. Devo pensare a cosa fare adesso. Adesso che ho 520.000 euro in tasca, o meglio, in borsa.
Con Mario ero indeciso se dargli qualcosa o sparargli: 30.000 euro sono stati sufficienti.
Con un gesto ho fatto felice tre persone: me stesso naturalmente, Mario con il sorriso stampato in faccia alla vista dei soldi e il signore del nord che gioiva pensando al profitto in mezzo alle sue due guardie del corpo.
Ricordo il sorriso dell’uomo alla mia trattativa sul prezzo. Leggo nel suo sguardo la parola “pezzente”.
Finisco la birra e ne ordino un’altra.
All’esterno la strada si è popolata di gente.
Dopo un’ora esco dal bar leggermente ubriaco. Le chiacchiere e l’aria fresca mi accolgono.
Cammino a fatica. Cerco di non far intendere che sono brillo. Ma ogni tanto perdo il passo sbandando verso o un lato o un altro.
Svolto in un vicolo deserto. Mi fermo inarcando la schiena all’indietro. Il mio sguardo incontra il cielo stellato delimitato dai tetti dei due palazzi ai miei lati.
Torno al mio appartamento segreta. Domani dovrò svegliarmi presto.

La macchina corre veloce sull’autostrada. Il sole continua a picchiare incessantemente da due ore. La luce rimbalza sul cemento distribuendosi tutt’intorno, accecandomi. Il pacchetto di sigarette e il serbatoio della benzina sono quasi vuoti.
Decido: sosta alla prossima stazione di servizio.
Mancheranno trecento chilometri alla prima meta: Bari. Poi battello per la Croazia.
Dentro il cassettino della macchina il passaporto. Questa volta quello vero.
La mia nuova vita è la mia vera identità anagrafica.
Sulla strada un cartello mi informa che fra 5 chilometri c’è una stazione di servizio.
Penso a come sia stato tutto così facile. Nessun intoppo, nessun problema.
Ho fatto anche prima del previsto. Sono un giorno in anticipo rispetto ai tempi che mi ero prefissato.
Guardo l’orologio: l’una e un quarto. Di nuovo ora di pranzo.

Faccio scendere il caffè freddo in gola. Poggio il bicchiere sul bancone del bar e mi dirigo verso l’uscita. Seguo la freccia che attraverso un labirinto di scaffali mi porta fuori.
Salgo in macchina, accendo una sigaretta e parto.
Mi fermo dopo una ventina di metri per mettere benzina. Dal finestrino dico all’uomo con una tuta blu di fare il pieno. Dopo alcuni minuti sono di nuovo in viaggio.

Accendo la radio. Una voce di donna sta informando gli ascoltatori dei cazzi di altra gente. E nello specifico li sta informando di quelli miei.
“…ancora nessun indizio sugli omicidi avvenuti due giorni fa, nell’abitazione di un noto avvocato romano. L’avvocato Giulio Carpine e sua moglie Gloria sono stati uccisi, si pensa, da due o più rapinatori, di cui uno, Ignazio Redenti, ha perso la vita nella stessa abitazione. Forse una lite fra gli stessi rapinatori ha portato all’uccisione del malvivente. Secondo alcune indiscrezioni la donna…”
Cambio frequenza, sintonizzandomi su della musica jazz.


III
Sono affacciato sul ponte della nave. La schiuma bianca si espande dallo scafo perdendosi poi nel blu attorno. L’inutile massa d’acqua che è il mare.
Il vento mi colpisce la faccia, scompigliandomi i capelli. L’odore di sale è quasi insopportabile.
Rientro dentro e vado al bar.
Ho fame.
Cosa c’è da mangiare? Chiedo al barista.
Panini e pizze è la risposta.
-Mi dia un panino e una lattina di birra.
Fuori sta facendo notte.
Chiedo quanto tempo manca a Dubrownik.

Sono di nuovo sul ponte. Fumo una sigaretta guardando le luci della costa che si avvicinano.
A pochi metri da me una donna.
Capelli lunghi e rossi. La pelle bianca.
La parola che viene in mente è anemia.
Le sue mani si muovono fra i capelli, li raccolgono in una coda.
La fisso. Lei si volta e se ne accorge. Mi si avvicina.
-Non è bello fissare qualcuno che non si conosce.
La voce è soffice e cavernosa. Una voce da racconta fiabe.
Parla con un accento dell’est. Probabilmente è croata.
Mi scuso dicendo che non volevo offenderla.
Lei sorride.
-Beviamo qualcosa prima dell’arrivo?

Allo sbarco la donna con i capelli rossi mi è di fianco. Abbiamo chiacchierato per almeno una mezz’ora. Più che abbiamo bisognerebbe dire che lei ha parlato. Io mi sono limitato ad annuire.
Lei mi dice un po’ ironica: sai è difficile trovare una persona che sa ascoltare.
Io le guardo il seno, poi rispondo: già, immagino.
Mi dice di chiamarsi Rifka.
-È un nome bosniaco. Mia madre era bosniaca. Ma io sono nata in Croazia.
Io ogni tanto tossisco. Ho dimenticato di prendere gli antibiotici oggi.
Lei continua a parlare di se. Dice che i suoi genitori sono morti durante il bombardamento della città da parte dell’esercito serbo.
Tossisco di nuovo. Questa volta il muco sale fino alla bocca.
Mi scuso mentre mi alzo per andare in bagno. La donna mi risponde dicendo che intanto va a prepararsi per lo sbarco.
Ci rincontriamo di nuovo sul ponte per scendere. Tutti e due abbiamo delle piccole valige al seguito, io anche una sacca.
Mi chiede che programmi ho.
Le rispondo che vorrei passare qualche giorno a Dubrownik, per poi tornare in Italia.
In realtà non ho nessun programma. La mia nuova vita è ferma all’oggi.
Mi chiede se ho già un posto dove andare a dormire.
Le rispondo che avevo pensato ad un albergo.
Me ne consiglia uno sulla costa. Poi dice: se vuoi ti ci accompagno.
Improvvisamente mi ricordo che ho la macchina, e che devo scendere nel garage per prenderla.
Rifka mi accompagna. Sale anche lei in macchina, e usciamo dalla nave insieme.
Mi guida verso l’albergo. Durante il tragitto mi parla della sua città, elogiandola romanticamente.
Mi chiede se voglio uscire con lei questa sera.
Accetto.
-Allora ci vediamo nella hall alle dieci e mezza.
La camera è arredata con pochi mobili. Due stanze: una con un letto matrimoniale, uno scrittoio e una sedia, e un armadio con uno specchio su una delle ante. L’altra stanza è il bagno.
La finestra è una vetrata grande come tutta la parete. Una spessa tenda rossa la copre.
La visuale è il porto della città con le sue atmosfere notturne. Finalmente niente sole.
Faccio una doccia.

Alle dieci e mezza mi faccio trovare nella hall. Per cena una birra e delle noccioline al bar dell’albergo. Quando Rifka arriva sono al secondo bicchiere.
-Che fai, inizi senza di me?
La sua voce è allegra e veloce. La sua cadenza dell’est mi piace sempre di più.
Dopo un’ora, e dopo altri tre bicchieri usciamo a visitare la città.
Rifka mi tiene la mano precedendomi con le risposte. Sembra quasi che legga il mio pensiero.
Camminiamo per le vie della città vecchia. La parte che ha subito più danni durante il bombardamento. Le stradine strette, le scale ripide e lunghe, i ristoranti tipici ci guidano fino alla piazza principale, dove sostiamo in uno dei tanti locali caratteristici della città.
Siamo seduti in un locale, all’aperto. Le nostre sedie sono delle poltrone. In giro non c’è molta gente.
Mi guardo intorno. Le luci giallognole creano un’atmosfera quasi onirica.
-Vuoi salire sulle mura?
Mi chiede bevendo la sua birra.
Le dico che non è che mi interessi molto, ma la sua insistenza mi convince.
Mentre camminiamo verso il cancello d’entrata, Rifka mi dice che a quest’ora l’ingresso è chiuso, ma che lei conosce uno dei guardiani e che quindi non ci dovrebbero essere problemi.
A me non frega un cazzo. Non voglio nemmeno andarci sulle mura. Non mi va di camminare. Vorrei solo andarmene in albergo e farmi una bella dormita, anche perché non so ancora cosa fare della mia nuova vita. E questo mi mette agitazione e ansia.
Arrivati vicino il cancello d’entrata, Rifka mi dice di aspettare un attimo.
Dopo un po’ ritorna pulendosi la bocca.
-Tutto a posto, possiamo entrare.
Io mi domando cosa abbia fatto per convincere il suo amico a farci passare. Forse del sesso orale, ma mi sembra esagerato.
-Gli ho semplicemente detto che volevo far vedere ad un mio amico Dubrownik dall’alto.
Io rimango immobile.
Penso: mi legge il pensiero?
Lei vede la mia perplessità.
-Rimani calmo, non c’è niente di illegale.
Io le dico che non è questo che mi preoccupa. Le dico che non ho paura di andare sulle mura, ma ho paura di lei.
Probabilmente sono ubriaco.
Lei ride e dice: di me? Hai paura di una donna?
-Non di una donna, ma di te. Stanno succedendo delle cose strane. Ho come l’impressione che tu possa leggere la mia mente.
-Tutte le donne riescono a leggere la mente degli uomini. Basta guardarvi il viso per capire quello che pensate.
La risposta non mi convince del tutto. Ma ormai sembro un burattino nelle sue mani.
Penso: forse voglio scoparmela. E si sa, quando uno vuole scoparsi una donna è costretto ad accontentarla.
Ma non è questo.
Rifka emana qualcosa di indefinibile. Qualcosa che mi porta ad assecondarla in ogni sua decisione.
Non so cosa sia, so solo che mi sento in balia di questa donna. Una donna conosciuta meno di cinque ore fa.


IV
Il materasso è duro e freddo. Le tapparelle abbassate si oppongono alla prima luce del mattino.
Dal bagno il rumore della doccia finisce nel momento in cui apro gli occhi.
Vedo Rifka che viene verso di me. Un asciugamano a coprire il corpo dal seno in giù, con un altro si friziona i capelli. La sua pelle bianca mi è accanto.
-Ti sei svegliato.
La sua voce è calda. Mi fa venire voglia di riaddormentarmi.
La guardo impaurito.
Ho sognato, vero?
Le parole escono tremolanti dalla mia bocca.
Lei mi guarda, ride e scuote la testa.
No.
Mi metto seduto sul letto. La testa mi gira. La mia schiena cade appoggiandosi contro la spalliera in legno. Porto la mano sul collo. Sento con le dita i due buchi. Due piccolissime cicatrici.
Chi cazzo sei?
Non è la mia bocca ma i miei occhi che parlano.
Rifka mi accarezza il viso. La sua mano sui miei occhi a chiudermeli.
Dormi, mi dice mentre la sua bocca tocca la mia.

Il telefono squilla svegliandomi. La voce metallica mi informa che una persona mi attende nella hall. Fuori è di nuovo notte. Ho i muscoli ancora indolenziti. Mi alzo. La mia figura mi appare nello specchio dell’armadio. Non so per quanto tempo rimango a guardarmi.
Il telefono squilla di nuovo.
-Ehi, ma sei sveglio?
Vorrei farmi una doccia, rispondo
-Allora salgo.

Rifka bussa alla porta che io sono ancora sotto l’acqua.
Un momento, urlo.
Chiudo il rubinetto e vado ad aprire coperto da un asciugamano. Giro la maniglia e mi riprecipito nel bagno.
-Faccio subito.
Le mie parole accolgono la donna, che entra salutandomi.
Lo specchio del bagno è appannato dal vapore. Mi tolgo l’asciugamano e lo pulisco. La mia faccia appare bianca e smunta. Non credo di stare un gran che bene.
La parola che viene in mente è contagio.
I ricordi della notte precedente ritornano improvvisamente nella mia mente. Rivedo le mura della città. Rivedo il panorama notturno di Dubrownik dall’alto.
Rivedo la bocca di Rifka che si avvicina alla mia. Si sposta sul collo, lo morde. Ricordo il dolore provocato dai denti che entrano nella mia carne. Poi l’oblio.
Mi guardo il punto in cui dovrebbero essere entrati i denti. Niente. La mia pelle è pulita. Nessuna cicatrice. Mi ispeziono avvicinandomi allo specchio. Nessun segno. Nessun punto rosso. Nessuna traccia di denti.
La parola che viene in mente è paranoia.
La mia faccia bianca si allontana dallo specchio. Esco.

Rifka è affacciata al balcone. I suoi capelli vengono smossi da un leggero vento. È appoggiata alla ringhiera con i gomiti. Io cammino scalzo sulla moquette rossa della stanza. Dalla valigia tiro fuori dei vestiti. Li butto sul letto.
-Non vorrai mica rivestirti?
Il suo sguardo è fisso sul mio corpo nudo. La bocca ride amorevolmente.
Si avvicina, mi mette le braccia attorno al collo.
-Abbiamo tutta la notte. Godiamocela fin da adesso.
La sua lingua nella mia bocca, le sue mani che mi accompagnano, distendendomi, sul letto.

Mi sveglio con Rifka che mi guarda ridendo.
-Ma dormi sempre?
La sua voce è ironica.
Non avevo mai fatto sesso così intensamente.
Iniziano i primi brontolii dello stomaco.
Ho fame, penso.
-Usciamo, conosco un posto dove puoi ancora mangiare a quest’ora.
La sua voce si è fatta comprensiva.
Le dico che non ho voglia di uscire. Le dico che sono stanco. Le dico che non sono abituato a scopare per tre ore di seguito.
Ho la mente offuscata. I muscoli, i tendini e tutta la mia massa organica ha bisogno di riposo. Non riesco a tenere gli occhi aperti. Mi fa fatica anche il solo pensare.
Mi domando dove lei trovi tutta questa energia.
La parola che viene in mente è ninfomane.
Rifka si alza, tende le braccia verso di me. Mi prende per le mani e mi tira su a sedere.
Mi alza come fossi fatto di carta. O ha una forza disumana, o sono veramente messo male.
Io rimango immobile.
-Ma devo fare proprio tutto io?
Mentre parla inizia a vestirmi, rigirandomi come fossi uno di quei malati terminali, secchi, scheletrici, che si prendono in braccio per riassettare il letto.
Io mi sento sempre più debole.
La parola che viene in mente è svuotato.
Penso al sesso, e al fatto che abbiamo scopato senza preservativo.
Ricordo Rifka che mi dice di non preoccuparmi, né di un’eventuale gravidanza né di un qualche contagio. Ricordo Rifka che parla tranquillizzandomi e io che ipnotizzato le vengo dentro.
Riesco ad alzare un braccio. Avvicino la mano al collo dove sento un leggero bruciore. Sento due piccoli punti distanti fra loro due dita. Ricordo Rifka che mi bacia. Ricordo di nuovo i suoi denti che affondano nella carne. Ricordo il leggero dolore che diventa piacere.
La donna mi prende la mano e se la poggia su un seno.
-Allora, hai fame o no?
E tu?
La mia voce è flebile, quasi un alito, ma arriva alle orecchie di Rifka.
-Io ho già mangiato.
Mi accarezza il viso, poi il collo. Passa le dita fredde sulle due piccole ferite.
Un brivido mi percorre la schiena. Parte dalla fine della colonna vertebrale e sale su verso la base del collo. Sto avendo un’erezione.
Penso: basta così poco. Solo il contatto della sua mano.
Lei dice: no, adesso usciamo. Devi mangiare.
Non riesco a capire che cosa abbia questa donna di così travolgente. Decide lei per me. Praticamente fa quello che cazzo vuole della mia mente e del mio corpo. E io mi sto abbandonando a lei sempre di più.
La parola che viene in mente è schiavo.

V
Passeggiamo fra le stradine della città vecchia. La città bombardata. Mi guardo intorno lentamente. In qualche modo sto riprendendo le forze. Più camminiamo più rinvigorisco.
Adesso capisco i vecchi a cui dicono di camminare.
Rifka mi è di fianco. Mi tiene sotto braccio, come a sorreggermi. Io muovo la testa girandola da destra a sinistra. Guardo i muri delle case. Guardo le pietre colorarsi di giallo quando ci avviciniamo ai lampioni. Sposto il mio sguardo dalle pietre al viso della mia accompagnatrice.
La parola che viene in mente è padrona.
Continuo ad osservare Rifka. Guardo la sua pelle bianca. Mi soffermo sui lineamenti del viso. Sugli zigomi sporgenti. Le labbra strette e lunghe. Gli occhi scuri.
Penso: capelli rossi e occhi scuri. Nessuna lentiggine.
Non ricordo il colore dei peli in mezzo le gambe.
-Ma tu sei rossa naturale?
Ho riacquistato potenza vocale.
Lei si ferma. Si guarda intorno. Mi porta in un vicolo sulla sinistra illuminato solo dalla luce che proviene dal lampione dalla strada dove camminavamo prima.
Sorride mentre si slaccia i pantaloni. Nel momento in cui cadono a terra la sua mano mi porta con delicatezza in ginocchio. Nessun pelo. È rasata.
Alzo la testa e la vedo sorridere. Rido anch’io, come può ridere un bambino di fronte ad un bello scherzo. Inizio a baciarla, a leccarla dolcemente. Estasiato. Felice di soddisfarla.
La parola che viene in mente è pregare.

La nostra passeggiata prosegue lungo il mare. Camminiamo su strade lastricate di piccole pietre tonde. A destra l’acqua e le sue onde che si infrangono sul muro che ci sorregge. Entriamo in una piccola galleria. All’uscita due ragazze ci guardano. Vedo Rifka che le segue con lo sguardo.
Mi guarda. I nostri occhi si incrociano.
-Mi osservi troppo.
La sua voce è ironica.
Penso: le piace essere sempre al centro dell’attenzione.
Inizia a parlare della sua vita.

-Sono nata qui. Precisamente in questa casa.
Ci fermiamo per osservarla.
Continua: mia madre mi ha partorito con l’aiuto di una sua cugina. Il parto non è stato traumatico. Ho avuto un’infanzia felice. Mio padre mi portava spesso in mare con la sua barca. Era un marinaio. E quando tornava sulla terra ferma, non resisteva più di un giorno. Così per sopportare questa condizione si era costruito una barca propria. Non era grandissima, ma poteva tranquillamente ospitare due persone e una bambina. Alcune volte rimanevamo in mare anche per più giorni di seguito. Sempre vicino la costa però, a mia madre piaceva ma aveva un po’ paura ad allontanarsi troppo.
Praticamente ho passato metà della mia infanzia sull’acqua.

Io guardo avanti, più precisamente guardo i miei passi. La voce di Rifka mi culla.
La parola che viene in mente è ipnosi.
Ci fermiamo.
-Siamo arrivati,
Rifka mi indica una porta. Alzo lo sguardo. Nessuna insegna.
Ci avviciniamo. Un campanello senza nome sulla destra. Rifka preme il pulsante. Dopo pochi secondi la porta si apre. Una figura scura appare all’interno. Io vedo solo i suoi contorni. Dalla stazza sembra un uomo.
Rifka lo saluta. Poi dice qualcosa in croato.
L’uomo risponde di sì con la testa.
Rifka mi guarda e mi fa segno di seguirla.
Proseguiamo per una stretta scala fra due muri bianco sporco. Lampadari appesi alle pareti. All’angolo un quadro. Lo osservo attentamente mentre ci avviciniamo.
Un paesaggio notturno. Luna piena e un corpo impiccato ad un albero. Sembra dondolare.
Continuiamo a scendere. Gli scalini sono di dimensioni diverse. Inciampo, ma il braccio di Rifka mi tiene saldo in piedi. Da dietro l’angolo mi appare una grande sala. Mobili in legno. Bancone e tavoli con sedie. Una passerella e un piccolo palco in un lato, dove riposano un pianoforte, una batteria e delle casse. La luce è rossa, tenue. Dona all’ambiente una pace che mi infastidisce. Per un momento le persone all’interno della sala ci guardano. Alcune salutano Rifka, una si alza.
Maschio bianco, estremamente bianco. Alto e magro. Vestito con una camicia hawaiana. I colori solari dell’abito sembrano spenti.
La parola che viene in mente è morti.
Rifka e l’uomo si salutano baciandosi amichevolmente. Parlano fra di loro. L’uomo mi guarda, poi ritorna su Rifka. Ridono.
Vedo la mano tesa dell’uomo. Mi invita a salutarlo. Automaticamente rispondo, stringendo leggermente la mia. Sento le lunghe dita cingermi la pelle. Sento il freddo del suo arto.
Guardo la faccia. Ride mentre mi dice in uno italiano con accento russo che ha piacere di conoscermi.
-Il mio nome è Igor Majakoskj.

Siamo seduti ad un tavolo del locale. Rifka beve un liquore che non ho capito bene cosa sia. Mi dice che conosce Igor da molti anni. Mi dice che sono come fratelli. Mi dice che hanno anche provato ad essere amanti. Mi dice che dopo poco tempo si sono stufati.
Io tocco il mio collo in cerca delle ferite. La mia mano scorre sulla pelle liscia.
Igor beve ridendo. La sua compagna, una certa Maya, si annoia.
La parola che viene in mente è uscita di coppia.
Guardo prima Rifka poi Igor. Loro parlano coinvolgendomi nei loro discorsi. Sembra che tutti e due vogliano fare colpo su di me. Intellettualmente intendo. Fanno a gara ripercorrendo le loro vite, che a me sembrano essere eterne.
Io intanto ho ripreso le forze.
Igor conosce il cuoco che mi ha cucinato un abbondante piatto di pasta, saporito e incredibilmente rinforzante. Bevo la mia birra mentre il mio silenzio si interpone alle risate dei vecchi amici.
Mi sto veramente rompendo le palle.
Igor sembra capire i miei sentimenti. Dice qualcosa in una lingua che non capisco a Rifka.
Mentre si alza dice: noi adesso andiamo, non vogliamo disturbare troppo.
Rifka sorride.
Igor mi saluta stringendomi la mano.
-Piacere di averti conosciuto.
La sua voce gutturale mi colpisce il volto.
Si allontanano passando tra le sedie del locale.
Io ordino un’altra birra. Accendo una sigaretta.
Torno con la mano sul collo. Non trovo niente. Cerco di razionalizzare gli eventi.
Non può essere un vampiro. I vampiri non esistono.


VI
Sono seduto al tavolo che aspetto Rifka. Il cameriere continua a cambiarmi il bicchiere di birra ogni volta che si svuota. Mi porta il boccale e sorride. Io ricambio il sorriso. Sono un po’ alticcio.
Le parole di Rifka sono state: mi allontano per qualche minuto. Tu continua pure.
Nel momento in cui è uscita dalla mia visuale, dal piccolo palco sono arrivati i primi suoni di basso, batteria e pianoforte.
Guardo le grosse figure dietro gli strumenti. Osservo come stonino con la maggior parte delle persone che sono nel locale. Fatta eccezione per un ciccione seduto con una bionda scollata che gli morde un orecchio.
La musica è piacevole. Il locale è piacevole. Sento una sensazione di benessere. Mi sento come liberato mentalmente. Sembra quasi che mi stia svegliando da un sonno profondo. Anche il mio corpo è più vivace. Sento come un intorpidimento che scompare.
Mentre bevo la mia birra una mano mi si poggia sulla spalla, abbracciandola. Mi volto e vedo una ragazza con lunghi capelli neri che mi guarda sorridendo.
Non mi inviti a sedere? Sono le sue parole.
La voce è simile a quella di Rifka. Ma meno piacevole.
La mia mano le indica la sedia vuota.
Rivedo la bionda che lecca l’orecchio del ciccione.
La parola che viene in mente è prostituta.
Il cameriere è subito da noi. Non c’è stato nemmeno il bisogno di chiamarlo.
Avranno provato questo numero un milione di volte. Strano, però, che la ragazza sia venuta da me.
Fino a pochi minuti fa ero comunque in compagnia.
Magari pensa che Rifka se ne sia andata per sempre, o almeno per questa sera.
Il tempo di una scopata.
La prima parola che viene in mente è affarista.
Guardo la ragazza. I lineamenti lineari che sporgono leggermente dalla carne. Quel che basta per darle l’aria intrigante che ha.
I capelli, neri e lunghi, le scendono sulle spalle come un velo casto.
La scollatura del vestito occupa tutto il mio tempo di osservazione. L’apparenza del seno invita molto.
Lo sguardo scende sulle gambe accavallate.
Il fatto che lei le sposti, allargandole, dimostra che sta osservando attentamente il mio comportamento.
La parola che viene in mente è professionale.
Una voce inizia a cantare dal palco. Mi volto e vedo un giovane dietro il microfono.
La barba incolta e rada. I capelli lunghi legati insieme in un piccolo codino dietro la nuca.
Questo locale si fa sempre più gradevole.
Ritorno sulla ragazza seduta con me nel momento in cui il cameriere porta l’ordinazione.
Lei ringrazia. Il cameriere continua a sorridere.
La ragazza prova ad instaurare una comunicazione. Il suo italiano non è perfetto. Io involontariamente la correggo.
Dopo poche mie messe a punto nel suo esprimersi iniziamo a parlare di grammatica italiana.
Il discorso a principio è interessante. Io sfoggio quasi tutto il mio sapere. Mi diverto.
Il cameriere ritorna con altre due ordinazioni.
Inizio a pensare a quanto potrebbe costarmi la serata con questa ragazza.
Rivedo la sacca piena di soldi. Mi ritorna in mente la mia nuova vita. Mi riviene in mente Rifka.
Nel momento in cui ci ripenso tutto si trasforma. L’ambiente cambia. Le atmosfere, le emozioni dell’ambiente si scoloriscono. Anche la musica risulta sgradevole. La ragazza seduta con me mi appare improvvisamente brutta, priva di valore.
È una sensazione che dura poco ma che mi colpisce profondamente.
La parola che viene in mente è astinenza.
Dopo pochi secondi tutto torna normale. Rido senza motivo ascoltando le ultime parole della frase della mia puttana.
Qualche secondo dopo una pressione sulla spalla sinistra.
Rifka è tornata.

M ritrovo nella situazione precedente. Prima che Igor andasse via.
Rifka e la ragazza parlano fra di loro. Ogni tanto dicono qualcosa in italiano, per farmi partecipare alla conversazione. Io mi annoio. Nemmeno la musica mi da più piacere.
Rifka mi guarda. Si volta verso la ragazza e la zittisce in un modo che io non comprendo.
È di nuovo su di me.
-Che cosa vorresti fare? Ti piacerebbe scoparci entrambe?
Non so cosa rispondere. Magari mi sta mettendo alla prova.
Le uniche parole che mi escono sono: quello che vuoi tu.
Devo sembrare estremamente sincero perché lei sorride soddisfatta.
In realtà non voglio scoparmi nessuno. Voglio continuare a stare qui a bere, solo, ascoltando la musica che, invece, si fa sempre più spiacevole.
Andiamo un attimo in bagno, sono le parole di Rifka.
Con un braccio alza la ragazza che mi sorride.
La parola che viene in mente è gentilezza turistica.
Mentre le due donne si allontanano. Torno con lo sguardo al tavolo del ciccione e della bionda.
Lei ride mostrando la lingua ogni dieci secondi. Il cameriere continua a fare avanti e indietro al loro tavolo.
Penso: Rifka mi ha salvato appena in tempo.
Come ipnotizzato mi alzo e mi dirigo verso i bagni. Entro in quello delle donne. Da dietro una porta sento ansimare. La apro e vedo il viso della ragazza. Occhi sbarrati a guardare il vuoto. La bocca aperta in una smorfia di piacere. Il petto che si riempie d’aria ad ogni suo gemito. Il seno sembra esplodere dalla scollatura. La faccia di Rifka, da dietro, che affonda nel collo.
Mi slaccio i pantaloni, poi tolgo via quelli della ragazza. Mi infilo tra le sue gambe aperte.
Inizio a spingere, sempre più forte, sempre più veloce. Ho il cazzo che quasi mi brucia, ma continuo. Continuo a muovermi dentro di lei fino a quando vengo. Esco di scatto nel momento in cui mi svuoto. I miei schizzi cadono sulla pancia della ragazza.
Cado stremato all’indietro, appoggiandomi con la schiena contro la porta.
Sono sudato e stanco. Sono stravolto.
Il petto della ragazza non si gonfia più.
Vedo il viso di Rifka che sia alza. Lentamente. Si volta verso di me.
Da un lato della bocca scende un rivolo di sangue.
Io rimango immobile.
Sul collo della ragazza vedo un grosso ematoma. Un livido rosso della grandezza di una bocca.
Io rimango immobile.
Rifka si alza in piedi. Mi tende la mano.
Dice: vuoi morire adesso o vuoi vivere per sempre?
Piange mentre parla.
La mia risposta è: vivere adesso.

La mia nuova vita.
La parola che viene in mente è dipendenza.

   

 

giafur